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Risparmio, chi ti tassa meno? Dal Btp al bitcoin, ecco quanto costa davvero investire
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Risparmio, chi ti tassa meno? Dal Btp al bitcoin, ecco quanto costa davvero investire

12 luglio 2024, 19:30 Ultimo aggiornamento: 23 luglio 2024, 14:45

Patuelli (Abi) lancia l’allarme: in Italia oltre la metà del risparmio di lungo periodo viene bruciato dalle tasse. Dai Btp alla previdenza, ecco le agevolazioni già in essere. E quelle allo studio della politica

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, è stato chiaro: per favorire gli investimenti in Italia bisogna limare il carico fiscale che grava sui risparmiatori di medio-lungo periodo, e che arriva anche al 60% dell’investimento totale. Il numero uno dell’associazione dei bancari ha inserito, tra i vari balzelli che colpiscono il risparmiatore-investitore, anche tasse come l’Irap, che è un’imposta sulle imprese. Il senso dell’intervento lo spiega a MF-Milano Finanza Luigi Melloni, partner dello studio di consulenza tax e corporate Rlvt, che prende ad esempio le azioni: «Quando si parla di tassazione su società a responsabilità limitata e società per azioni, le aziende pagano il 24% più Irap, e gli investitori pagano il 26% nel momento in cui ricevono la distribuzione», ad esempio tramite cedole. «Su 100 di valore aggiunto per il sistema economico», aggiunge l’esperto, «50 se ne va in tassazione».


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Risparmio appesantito

«Sicuramente», osserva Melloni, «il livello di tassazione italiana è piuttosto alto e percepito come tale». Ma questa è una caratteristica «non solo degli investimenti finanziari, ma dell’economia in generale. Il fatto che gli investimenti finanziari siano allineati al resto dell’economia è abbastanza logico». Questo carico fiscale, che interessa tutti gli investitori, è percepito peraltro in modo piuttosto fastidioso dagli 1,2 milioni di milionari tricolore, censiti da Ubs, che spesso preferiscono cercare una tassazione amica spostando le proprie ricchezze fuori dai confini nazionali. Con tutti gli svantaggi per la crescita della Penisola.

Ma a quanto ammonta effettivamente questo peso fiscale sugli investimenti? La tabella in basso, elaborata dalla società di consulenza EY, mette a confronto la tassazione di una serie di strumenti finanziari, dai conti correnti alle azioni fino al bitcoin. In Italia il numero magico è il 26%, «livello di tassazione tendenzialmente uniforme», commenta Paolo Zucca, EY Italy financial services tax & law leader.

Il paradosso dei due regimi

Le eccezioni non mancano, come si vedrà a breve, ma il vero punto, forse un po’ più tecnico, riguarda i diversi regimi di tassazione applicata: «Particolarità italiana negativa» rispetto agli altri Paesi, sottolinea Zucca, «è stata quella di aver creato più categorie reddituali differenti per distinguere i redditi diversi - capital gain - e i redditi di capitale (dividendi e interessi) che per la generalità dei contribuenti non possono essere compensati». L’effetto è quanto mai nefasto: «Chi ad esempio nel proprio portafoglio ha incassato un dividendo, e ha avuto una minusvalenza da cessione di pari importo, è comunque costretto a subire una tassazione del 26% a fronte di un reddito effettivo nullo», spiega l’esperto di EY.

Dove il fisco è amico

Ma quali sono allo stato attuale i prodotti d’investimento con tassazione di vantaggio? L’esempio più evidente è quello dei titoli di Stato (italiani ed esteri dei Paesi cosiddetti White List), su cui si applicata la tassazione al 12,5%. «I titoli di Stato», sottolinea Melloni, «vengono tassati meno perché se lo Stato abbassa la ritenuta può abbassare anche il rendimento, quindi deve pagare meno il suo debito». Non va dimenticato inoltre che gli investimenti in strumenti di risparmio gestito come fondi ed Etf, di norma tassati al 26%, beneficiano della tassazione di vantaggio al 12,5% per tutta la parte investita in titoli di Stato.

In generale, osserva l’esperto, «gli strumenti a tassazione ridotta servono per agevolare alcune caratteristiche degli specifici investimenti». Un altro esempio è la detrazione di imposta del 30% sulle startup innovative in favore della persona fisica che vi investe. «La logica sottostante non è tanto incentivare gli investimenti finanziari tout court, ma incentivare un investimento particolarmente rischioso», sottolinea Melloni.

Tra Pir e previdenza

E poi ci sono i Piani Individuali di Risparmio (Pir), ordinari e alternativi. Uno strumento di per sé iper vantaggioso a livello fiscale, visto che laddove vengano rispettati alcuni vincoli (su tutti, il periodo di detenzione di almeno cinque anni e l’investimento prevalente in imprese italiane) è previsto un completo regime di esenzione. «I Pir hanno un orizzonte temporale di risparmio che lo Stato, per un tema di pace sociale, è portato a incentivare», commenta il partner dello studio commerciale.

Chiude il quadro di un portafoglio con fisco amico la previdenza complementare. Va ricordato in primo luogo come i contributi ai fondi pensione sono fiscalmente deducibili entro il limite annuo dei 5.164,57 euro. Dal 2015 l’aliquota di tassazione sui rendimenti è stata alzata al 20% (dall’11% precedente), comunque più vantaggioso del 26% delle altre rendite finanziarie. Per la parte investita in titoli di Stato l’imposta del 20% si applica solo sul 62,5% del rendimento: un modo più complicato per dire che si sta applicando la tassazione al 12,5% dei bond sovrani. La prestazione finale è poi tassata alla fonte con imposta del 15% che si riduce dello 0,3% per ogni anno di durata superiore al quindicesimo, con un minimo del 9%. Si deduce quindi oggi, pagando meno Irpef, per essere tassati un domani fino al 9%. La pensione integrativa, va ricordato, è tassata alla fonte: non si cumula quindi con gli altri redditi con il rischio di passare in scaglioni di reddito più elevati, con penalizzazione in termini Irpef.

Il caso dei certificati

Discorso a parte lo meritano i certificati, strumenti finanziari per investitori evoluti che consistono in derivati cartolarizzati, ossia combinazioni di contratti finanziari accorpati insieme in un titolo negoziabile come se fosse un’azione. L’aliquota sul capital gain di questi strumenti è pari al 26%, anche in questo caso come le azioni, ma in genere sono considerati strumenti a fiscalità vantaggiosa. Questo perché i loro rendimenti sono calcolati nella categoria dei redditi diversi (e non dei redditi di capitale), e quindi danno la possibilità di compensare le plusvalenze che vengono conseguite con minusvalenze precedenti. In pratica, permettono di recuperare le perdite entro i quattro anni dalla loro realizzazione.

L’Italia e gli altri

Per il resto degli strumenti finanziari l’aliquota è quella standard del 26%. «Recentemente poi», precisa Zucca di EY, «sono state regolate le cripto attività (quindi bitcoin e simili, ndr), sempre al 26%». Con conteggio nell’ambito dei redditi diversi. Ulteriori interventi di detassazione sarebbero auspicabili per gli investimenti, ma potrebbero creare squilibri, osserva ancora Melloni: «Se si va ad abbassare l’imposizione ai risparmiatori, la cosa più giusta sarebbe abbassare anche quella delle imprese, il che però sarebbe difficilmente sostenibile perché lo Stato italiano ha attualmente bisogno di un livello di tassazione elevato per finanziarsi».

Nel confronto con il resto d’Europa si notano differenze rilevanti con il caso italiano. «In Spagna e Belgio», elenca Zucca, «i proventi finanziari concorrono alla formazione della base imponibile soggetta ad aliquota ordinaria, aggiungendosi quindi agli altri redditi percepiti nel corso dell’anno e usufruendo, nel caso, anche delle deduzioni e detrazioni spettanti». In altri Paesi al contrario, aggiunge l’esperto, «la scelta è stata quella di tassare le rendite finanziarie in modo autonomo escludendo pertanto il loro concorso alla formazione della base imponibile ordinaria, applicando o un’aliquota fissa o in alcuni casi, come nel Regno Unito, un’aliquota variabile da vari fattori come il periodo di detenzione dello strumento finanziario».

Le proposte in campo

La necessità di valorizzare il risparmio italiano come motore di crescita economica è una priorità condivisa anche dalla politica, che ha avviato una serie di tavoli di lavoro recependo peraltro alcune delle proposte avanzate nel Manifesto per lo sviluppo dei Mercati dei Capitali di Equita, Borsa Italiana e Bocconi. «Abbiamo lavorato per rafforzare gli strumenti di finanza alternativa proprio nell’ottica di favorire gli investimenti nell’economia reale nazionale», spiega l’onorevole Giulio Centemero, membro della commissione Finanze in quota alla Lega. «Per esempio l’abolizione dell’unicità di possesso dei Pir, ottenuta nel dl Anticipi, va nella direzione di sgravare gli investimenti nell’economia reale». Il prossimo passo, aggiunge, «è quello di creare i Pir Evergreen».

La delega fiscale

Centemero sostiene inoltre «il superamento della Tobin Tax (imposta sulle transazioni finanziarie, ndr) al fine di favorire l’efficienza dei mercati finanziari nazionali e la liquidità delle imprese che vi operano». E poi c’è la Delega Fiscale, nell’ambito della quale è stato approvato circa l’80% dei decreti attuativi: «Per quanto riguarda principi e criteri direttivi per la revisione del sistema di imposizione sui redditi delle persone fisiche, i redditi di natura finanziaria, è stata inserita anche l’armonizzazione della disciplina sui redditi di natura finanziaria, prevedendo un’unica categoria reddituale sulla base del principio di cassa». L’obiettivo di una simile misura è quello di «prevedere un’imposta sostitutiva su questi redditi basata sulla differenza tra voci positive e negative, con la possibilità di riportare le minusvalenze negli anni successivi e di optare per la tassazione sul realizzato esprimendo tale scelta in dichiarazione o attraverso gli intermediari finanziari». Vengono previsti, inoltre, «diversi regimi di imposizione sostitutiva per i redditi di natura finanziaria, anche con riferimento agli enti di previdenza privati. Il prossimo tassello sarà l’attuazione della disciplina con decreto legislativo».

Se si aiutano le imprese

Al contempo quando si parla di incentivi fiscali potrebbe essere opportuno considerare anche i sostegni alle imprese. Una provocazione in tal senso arriva da Luigi Melloni: «Tra gli incentivi si possono anche inserire alcune iniziative come Industria 4.0 con credito di imposta fino al 15%, oppure il credito di imposta per ricerca e sviluppo». Gli investitori, se le imprese sono agevolate in termini fiscali, «hanno un beneficio indiretto nel momento in cui ci sono le esenzioni e i crediti di imposta per le imprese, che possono così migliorare i profitti e distribuire di più agli azionisti». Forse, conclude l’esperto, «è perfino più giusto sostenere l’impresa in cui il risparmiatore investe che non dare sgravi fiscali a pioggia».


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