Certamente si può considerare un tentativo di dare un segnale di distensione la modifica dell'emendamento alla legge di bilancio sulle riserve auree della Banca d'Italia - primo firmatario il senatore Lucio Malan - che modifica l'appartenenza allo Stato di tali riserve detenute e gestite dalla Banca nell'appartenenza al «popolo italiano».
La variazione è presentata come interpretazione autentica del testo unico in materia valutaria. Ma non si può dire che siano superati tutti i problemi, potendosi forse evocare la metafora della difficoltà di una distinzione tra «zuppa e pan bagnato».
Innanzitutto la nuova espressione, che, riferita alla moneta, richiama quella dello scomparso docente Giacinto Auriti, il quale per l'introduzione di una banconota «del popolo» denominata «Simec» incorse in una condanna e in un risarcimento danni, esplicita l'appartenenza al popolo che potrebbe affermarsi per qualsiasi bene del patrimonio o del demanio dello Stato, ivi comprese ovviamente le partecipazioni in società ed enti.
Giuridicamente, come insegnavano i docenti di Dottrina dello Stato, il popolo è uno dei componenti che forma quest’ultimo insieme con il territorio e la cosiddetta potestà di imperio (sovranità). In sostanza, ci si riferisce a una parte per il tutto.
Vi era, allora, veramente necessità di una interpretazione autentica che non dirada i dubbi e agisce nei confronti di una legge italiana quando la materia è regolata anche dal Trattato Ue, che per l’Italia ha il rango di norma costituzionale? Si pensa in questo modo di allontanare il rischio che nella norma si veda un esproprio riferito alla Stato - persona giuridica, ordinamento? Ma in una democrazia rappresentativa chi rappresenta il popolo se non il governo e il Parlamento?
E così si ritorna daccapo, alla questione iniziale. E si alimenta il dubbio che in futuro ci si voglia servire dell’interpretazione autentica per un trasferimento delle riserve oppure per sostenere un loro utilizzo secondo ciò che ritengono i rappresentanti del popolo. Si ritorna così a trascurare il fatto che le riserve sono iscritte nel bilancio della Banca d'Italia (e della Bce), che qualsiasi cessione allo Stato sarebbe illegittimo finanziamento monetario del Tesoro e anche, se imposta, una espropriazione contro la norma della Costituzione.
Soprattutto si continua a sottovalutare che le riserve auree e valutarie sono preposte alla stabilità della moneta e all'esercizio della politica monetaria.
Che senso ha, dunque, sciogliere un inesistente equivoco con un’interpretazione autentica che diventa una dichiarazione di principio oscillante tra la sua totale superfluità per le ragioni dette e, all'opposto, la fonte di gravi dubbi. Abbiamo a volte ricordato il verso di Dante sull’imperatore Giustiniano, il quale con il famosissimo Corpus dalle leggi trasse il troppo e il vano. Questo principio è tuttora e a maggior ragione valido. Se non è considerata la modifica in questione ancora come troppa e vana, ateleologica, allora vuol dire che essa può avere ricadute concrete.
Così si ritornerebbe all'emendamento originario. A questo punto l’operazione valida da compiere sarebbe quella di espungere l’emendamento dal testo da votare. Semmai si rifletterà in futuro e non nel contesto di una legge di bilancio. Per ora, come è prescritto dalle norme europee, è doveroso che il governo si munisca tempestivamente del parere obbligatorio della Bce. Omissioni o ritardi sarebbero ingiustificati e accrescerebbero i dubbi.
L'indipendenza di una Banca centrale esige che si affrontino argomenti della specie con grande ponderazione e grande competenza finora, purtroppo, non riscontrabili. (riproduzione riservata)