Il braccio di ferro tra il finanziere italo-britannico Raffaele Mincione e il Vaticano non si ferma. Anzi, si arricchisce di un nuovo tassello giudiziario, che va ad aggiungersi alla già complessa vicenda che ha visto coinvolto Mincione nell’acquisto e poi alla successiva vendita, di un prestigioso edificio al numero 60 di Sloane Avenue (gli ex magazzini Harrod’s) nel cuore di Londra.
Il 30 settembre scorso, presso il Tribunale commerciale di Londra – foro giudiziario che tratta controversie commerciali di alto valore, spesso tra attori internazionali –, secondo il giornale investigativo statunitense online The Pillar, sarebbe stata depositata una nuova azione legale da parte di Mincione e delle sue società Wrm Capital Asset Management e Athena Capital. Ad essere citati in giudizio sarebbero stati il Segretariato di Stato della Santa Sede, insieme alle banche svizzere Ubs e Credit Suisse.
I dettagli dell’azione legale non sono ancora noti, ma è molto probabile che la causa sia collegata ad argomenti già sollevati da Mincione in altri procedimenti legali. Tra questi il fatto che il finanziere abbia più volte sostenuto di aver agito sempre in trasparenza e nel rispetto delle regole.
Quest’ultima azione legale è solo l’ultima di una serie di reclami internazionali avanzati da Mincione contro il Vaticano e varie istituzioni finanziarie, a seguito della vicenda immobiliare per la proprietà di Sloane Avenue. Un’operazione, questa, avviata nel 2013, quando la Segreteria di Stato vaticana investì circa 200 milioni di dollari nel fondo di Mincione.
L’obiettivo? Trasformare l’edificio in una proprietà redditizia. Ma il sogno si trasformò in incubo, quando il Vaticano accusò il finanziere di appropriazione indebita e autoriciclaggio, sostenendo di aver subito gravi perdite a seguito della successiva vendita dell’immobile.
Nel dicembre 2023, il Tribunale vaticano ha condannato nove persone, tra cui lo stesso Mincione a cinque anni e mezzo di reclusione e alla confisca di 200 milioni di euro, un verdetto che ha acceso il dibattito a livello internazionale.
Mincione ha sempre negato ogni illecito o intenzione criminale, sostenendo di non aver potuto sapere che i fondi investiti dal Segretariato fossero stati illecitamente appropriati. Laddove invece la Segreteria di Stato ha sempre sostenuto di essere stata raggirata.
Nella sentenza dell’Alta Corte d’Inghilterra e Galles, il giudice ha respinto le dichiarazioni di buona fede richieste dal finanziere e, al contrario, ha rilevato, tra l’altro, che Mincione aveva presentato dichiarazioni fuorvianti alla Segreteria di Stato in merito al valore della proprietà di Sloane Avenue 60.
La richiesta di Mincione era che la Corte gli riconoscesse il rimborso da parte della Segreteria di Stato di tutti i costi da lui sostenuti, come conseguenza del pieno riconoscimento delle sue ragioni. L’ordinanza del giudice Robin Knowles ha condannato la Segreteria di Stato della Santa Sede a pagare a Mincione circa 3,5 milioni di sterline (circa 4,1 milioni di euro), oltre interessi, a titolo di parziale rimborso spese sostenute dallo stesso e dal suo fondo di investimento regolamentato Wrm, «ingiustamente accusati di disonestà, frode e cospirazione avanzate da alti funzionari della Santa Sede», si legge in un comunicato.
Sempre in linea con quella sentenza, il giudice ha rigettato la richiesta dei legali di Mincione, gli avvocato Giandomenico Caiazza e Andrea Zappalà, di condannare la SdS al pagamento di una maggiore somma finalizzata a riabilitarlo dalle accuse di malafede e condotta fraudolenta.
Su quest’ultima azione legale al Tribunale commerciale di Londra, che molto probabilmente riprenderà queste argomentazioni già rigettate, MF-Milano Finanza ha contattato gli avvocati di Mincione che, però, non sono che stati in grado di rispondere ad una richiesta di commento. (riproduzione riservata)