Il Recovery Plan italiano è il più consistente tra quelli degli Stati membri dell'Ue in termini di risorse, con 200 miliardi di euro di prestiti e sussidi dalla Recovery and Resilience Facility, a cui si aggiungeranno altri 30 miliardi di euro di nuovi investimenti finanziati direttamente dal governo italiano. Gli analisti di Morgan Stanley considerano questa opportunità un "binario di crescita privilegiato per l’Italia", e ritengono che il pacchetto abbia il potenziale per favorire significativamente la crescita del Pil italiano nel medio termine, in particolare per due ragioni.
"In primis, il Piano mira a finanziare nuovi progetti di investimento con un alto rendimento a lungo termine, vale a dire investimenti infrastrutturali con un'impronta green o digital", evidenziano gli analisti, secondo cui, in seconda battuta, "il potenziale del piano è ulteriormente consolidato dal significativo allentamento dell'economia italiana". Per questo motivo, "pensiamo che l'incremento degli investimenti pubblici abbia la capacità di attirare investimenti privati e favorire i consumi, soprattutto se il Governo riuscirà a realizzare le riforme strutturali incluse nel piano, che puntano a snellire la burocrazia e a rendere il Paese più business-friendly. Consideriamo conservativa la stima fornita dal Governo, ovvero un Pil in crescita del 3,6 % entro il 2026, rispetto alle nostre previsioni", sottolineano gli esperti.
Tra i piani già presentati, quello italiano è tra i più ambiziosi e punta a raddoppiare la quota di investimenti pubblici, in costante calo a partire dalla Gfc, portandola al pari della spesa della Francia. Nel documento originale del Recovery Plan della Commissione, si suggeriva che la spesa della Recovery and Resilience Facility avrebbe avuto un moltiplicatore di poco più di 0,4, mentre la stima del governo italiano di 0,3 è, come detto, leggermente più prudente.
Tuttavia, da Morgan Stanley ritengono "che l’effetto moltiplicatore possa essere più elevato, data l’alta percentuale di investimenti pubblici e la destinazione della spesa verso economie, come quella italiana, interessate da un sostanziale allentamento. Nella nostra ipotesi, un moltiplicatore di 0,6 potrebbe raddoppiare i 3,6 punti percentuali di crescita del Pil stimati dal Governo italiano, con il Fondo che favorirebbe un incremento del Pil pari a un punto percentuale per ogni anno fino al 2026", evidenziano gli analisti.
Nonostante una stima potenzialmente rialzista nel lungo periodo, gli esperti di Morgan Stanley intravedono anche rischi di ribasso nel breve termine, "se la lentezza dell’assegnazione degli appalti in Italia e i dilatati tempi di approvazione rispetto alla decisione sulle risorse proprie, ancora in sospeso in nove paesi dell'Ue, dovessero ritardare l’esborso". Al contempo, "crediamo che tali ritardi possano essere mitigati se i Governi attingessero direttamente ai mercati, come prevede di fare la Spagna con il suo schema di finanziamento anticipato".
In particolare, vi sono poi diversi fattori positivi che ci rendono più ottimisti rispetto al Governo italiano rispetto all'impatto del Recovery Plan sulla crescita. "In primo luogo, gli investimenti pubblici, sia in infrastrutture fisiche che in capitale umano, sono il tipo di spesa fiscale più produttivo, poiché non solo stimolano la domanda aggregata, ma favoriscono anche la crescita potenziale di lungo termine attraverso una maggiore produttività. In secondo luogo, il consistente allentamento economico implica che i fattori produttivi non sono pienamente sfruttati e quindi lo stimolo si tradurrà in misura maggiore in una crescita reale più elevata, piuttosto che in una maggiore pressione sui prezzi", sottolineano gli esperti, secondo cui, in terza battuta, trattandosi di un'espansione coordinata in tutta Europa, "ci aspettiamo di assistere ad effetti positivi innescati da altri Paesi, con l'Italia ben posizionata per beneficiarne, considerato il suo importante settore manifatturiero". Infine, con la posizione della Bce "che probabilmente rimarrà accomodante, a nostro avviso, e con i tassi di interesse nominali sul debito pubblico ai minimi storici, anche il rischio di shock negativi che smorzino la domanda aggregata sembra basso", concludono da Morgan Stanley. (riproduzione riservata)