Si dice sempre - a ragione - che gli economisti non dovrebbero mai atteggiarsi a profeti. Proprio mentre scriviamo, d’altronde, ricorrono i 16 anni dalla celebre occasione in cui la regina Elisabetta II chiese alla faculty di uno dei più illustri atenei del Regno Unito perché non avessero saputo riconoscere le avvisaglie della crisi finanziaria globale prima che deflagrasse in tutta la sua virulenza. A quell’interrogativo non c’è a tutt’oggi risposta né tantomeno ci fu allora. Eppure, come molte persone a proprio agio con la letteratura scientifica ricorderanno, qualcuno effettivamente aveva avuto una più che valida intuizione alcuni anni prima del disastro.
Jackson Hole, Wyoming, fine agosto 2005. La Federal Reserve di Kansas City tiene il suo Simposio annuale, in cui i banchieri centrali - a partire dal padrone di casa dell’epoca, ancorché a fine mandato: il leggendario Alan Greenspan - incontrano i più influenti accademici nei campi della politica monetaria e della finanza. Tra questi c’è il capo economista del Fmi, tra i più brillanti della sua generazione, nato e cresciuto in quello che ancora oggi è un Paese in via di sviluppo: l’India. Il suo nome è Raghuram Rajan e quest’anno riceve il Premio Bancor, iniziativa dell’Associazione di cultura economica e politica Guido Carli in collaborazione con Banca Ifis, nata da un’idea di Federico Carli immediatamente sposata da Ernesto Fürstenberg Fassio.
I vincitori delle due precedenti edizioni parlano da sé: il primo è stato Mervyn King, ex governatore della Banca d’Inghilterra; poi Larry Summers, segretario al Tesoro durante la seconda Amministrazione Clinton.
Quest’anno, dunque, il riconoscimento va sì a un policymaker, in passato al vertice dell’istituto di emissione del suo Paese (2013-16); ancora una volta, però, il tributo è soprattutto all’acume dell’analisi, la profondità della visione, la capacità di raggiungere con idee dirompenti - diverse dalla «saggezza convenzionale» e attuate nel concreto - un pubblico ben più ampio di quello dei soli addetti ai lavori.
Conosciamolo, dunque, un po’ meglio. E partiamo da quel severo ammonimento nell’incantevole resort fra le Montagne Rocciose: «Lo sviluppo finanziario ha reso il mondo più rischioso?», si chiedeva Rajan nel suo celebre paper. Oggi sappiamo che quelle preoccupazioni erano fondate: durante la cosiddetta «Great Moderation», la combinazione di ridotti saggi d’interesse e bassa inflazione aveva creato - spesso artificialmente, per mano dello Stato - un potere d’acquisto esagerato e una disponibilità di risorse liquide spesso sovrabbondante rispetto al merito di credito. Per ovviare al problema di condizioni tutto sommato piatte, avare di opportunità e con scarsi rendimenti, numerosi intermediari avevano cominciato a mostrare un appetito per il rischio decisamente superiore che in passato, avventurandosi nella costruzione di quel castello di carte fatto di derivati così complessi da nascondere la reale pericolosità del sottostante, come gli ormai celebri mutui subprime.
Rajan proponeva una soluzione fatta di regole nuove - cioè diverse - che allineassero gli incentivi dei manager finanziari all’interesse generale a un basso livello di rischio: per esempio, imponendo di sottoscrivere una quota nei veicoli d’investimento da loro gestiti. Non invocava maggiori accantonamenti di capitale; né una disclosure, ché già allora ce n’era troppa e raramente documenti più lunghi e complessi sono la soluzione, ancor meno se nell’ottica di tutelare la clientela. Una volta esplosa la bolla, Rajan sarebbe stato celebrato ma poco ascoltato; anzi, talvolta accusato di rimpiangere l’era in cui la globalizzazione non aveva ancora reso tutto così interdipendente.
Per rendersi conto che siamo lontani dal suo vero pensiero basta leggere il saggio - scritto insieme all’italiano Luigi Zingales - in cui egli chiedeva di «salvare il capitalismo dai capitalisti», consapevole che fin troppi soggetti cercano di eludere le regole dell’economia di mercato per conquistarsi la primazia con espedienti lontani dall’ideale della libera concorrenza, dell’impegno individuale, della tensione verso la creazione di benessere diffuso.
Gli autori ne emergevano come paladini di un’autentica «democrazia economica», fondata sul valore epistemologico di accettare che la conoscenza è dispersa e, dunque, la competizione è fonte di progresso; perciò, né le concentrazioni oligopolistiche né un intervento pubblico disordinato e invasivo possono garantire la crescita. I giganti aziendali di allora non sono quelli di oggi; la lezione, però, resta intatta a distanza di vent’anni.
Ci sono poi gli aspetti economici della politica internazionale, cui Rajan ha spesso dedicato i suoi interventi pubblici. Vale la pena sottolineare quanto la sua impostazione risulti in linea con quella che poche settimane fa è valsa il Nobel ad Acemoglu e Robinson: quantomeno nel lungo periodo, sono le istituzioni - politiche, sociali, giuridiche - a determinare la «ricchezza delle nazioni», molto più degli elementi legati all’antropologia culturale. Il nostro premiato ne è consapevole; ma, essendo anche uomo d’azione, sente il dovere morale di suggerire una strategia concreta. È così che, secondo lui, per l’India - la cui popolazione ha recentemente superato quella cinese - il futuro non è fatto di manodopera a basso costo e produzione di massa orientata all’export; quanto, piuttosto, di maggiore intensità tecnologica, innovazione, fioritura del capitale umano.
Avete capito bene: alla base di tutto, per Rajan, sono sempre stati gli individui con il loro ingegno; di questa concezione relativamente diffusa (basti pensare a Phelps) dà però un’interpretazione originale e pragmatica, adatta alle necessità delle economie emergenti. Basterebbe questa semplice evidenza a evitargli l’ingiusta accusa di essere un cripto-statalista, se pure volessimo negare i suoi successi da governatore della Reserve Bank of India: un’inflazione domata, ricondotta entro livelli che in Occidente consideriamo accettabili; un’istituzione decisa ad allinearsi alle best practice internazionali; riserve di valuta estera significativamente accresciute; un sistema dei pagamenti e un accesso al credito funzionanti, sicuri e diffusi, ma senza quegli eccessi dai quali si propagano i rischi. Rajan si è dunque occupato del «pallino» dei grandi economisti del subcontinente indiano, a partire da Yunus; e, nel farlo, ha promosso e rafforzato la stabilità sistemica. In poche parole: ha predicato bene e razzolato ancora meglio.
Per questo, martedì 19 novembre a Roma, nella cornice di Palazzo Brancaccio, sarà insignito di un premio la cui cerimonia di consegna è dal 2022 un appuntamento fisso per la comunità finanziaria italiana, con illustri ospiti internazionali.
Rajan terrà una lectio magistralis che quest’anno, alla luce delle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti, assume un’importanza ancora più marcata. In quale direzione va il mondo? Cosa può fare chi ha responsabilità politiche, regolatorie, o anche solo professionali? Lasciamocelo raccontare da chi, quando nessuno pensava al peggio, ha saputo vederci giusto. E, a differenza di altri, non è restato alla finestra. (riproduzione riservata)
*membro comitato scientifico
**presidente Associazione Guido Carli