I pilastri per l’indipendenza della Rai sono due: da una parte una governance qualificata e lontana da influenze governative e dall’altra finanziamenti quinquennali stabili e programmati. È quanto hanno evidenziato i rappresentanti sindacali e delle associazioni d’interesse durante l’audizione in commissione in Senato sui disegni di legge che dovrebbero portare alla Riforma del servizio pubblico.
Una discussione che, come ha osservato il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, arriva «in prossimità dell’8 agosto» data entro cui andranno approvate le norme per dare piena attuazione al Media Freedom Act: il regolamento europeo che obbliga gli Stati membri a proteggere pluralismo e autonomia dei media.
Grazie al nuovo regolamento, come rivendicato dagli interventi in Senato, «il prossimo consiglio di amministrazione non potrà essere scelto con il solito casting a porte chiuse». Ma resta aperto il nodo finanziamenti.
Tuttavia, data la situazione attuale in Rai, è quasi impossibile che l’Italia si adegui alle norme entro quella data. La Camera dei Deputati ha già bocciato (il 2 aprile 2025) una mozione congiunta delle opposizione che impegnava il governo a favorire, tra l’altro, una riforma della governance della Rai.
Secondo il giornalista Renato Parascandolo, intervenuto come rappresentante dell’associazione Articolo 21, «il pluralismo sarebbe assicurato con un numero più ampi di consiglieri», ricordando che «negli anni d’oro della Rai, dal ‘76 al ‘93, c’erano addirittura 16 consiglieri di amministrazione».
Al tempo stesso «una commissione parlamentare più snella, di 20 membri ad esempio, manterrebbe la sua funzione di indirizzo». Sul tema Parascandolo ha citato il modello albanese: «Lì vengono nominati 11 membri, 5 dall’opposizione e 5 dalla maggioranza», con criteri simili anche per la nomina del presidente. E sempre pescando in altri modelli internazionali, «le nomine potrebbero essere sfalsate e le cariche potrebbero durare cinque anni».
Anche il segretario dell’Usigrai, Daniele Macheda, ha ribadito come a suo giudizio «l’amministratore delegato non può essere indicato dal governo. Serve una legge che segni diversi gradi di separazione tra potere politico e parlamentare» in materia di nomine.
Il tema del finanziamento Rai è «dirimente». Descritto così da tutti gli intervenuti, con il presidente del consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, che ha chiesto «risorse certe e programmate per la Rai, e non decrescenti» in grado di «tutelare il diritto d’autore, la libertà di stampa e la tutela delle fonti».
«In questo quadro in legge dovrebbe essere inserita un’esplicita menzione alla necessità di difendere e incentivare il giornalismo di inchiesta, che da sempre è sotto attacco da parte dei poteri di ogni genere e tipo», ha concluso Bartoli.
Per Francesco Palese, del nuovo sindacato Unirai, il tema delle risorse a disposizione del servizio pubblico risulta «centrale» affinché la Rai «non debba vivere con l’ansia ma possa essere in condizioni di programmare, grazie a risorse certe, durature e prevedibili». Anche perché «il canone riscosso è tra i più bassi d’Europa».
Roberto Ferrara, presidente dell’AdRai, l’Associazione dirigenti Rai ha ribadito che «avere un’indipendenza delle risorse finanziarie, adeguate e certe è un pilastro determinante. Altrimenti la Rai continua a correre i 100 metri con una stampella». (riproduzione riservata)