Il declino del dollaro nelle riserve valutarie delle banche centrali globali è iniziato da tempo. Nel 1999 la moneta Usa pesava per il 73% del totale. Oggi il valore arriva al 58%, secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Bce. Ma la tendenza potrebbe accelerare nei prossimi anni, in particolare in seguito al «Liberation Day» del 2 aprile.
Gli annunci sui dazi da parte di Donald Trump hanno spinto gli investitori internazionali a dubitare per la prima volta del predominio globale del dollaro.
Così la valuta americana è finita più di ogni altra sotto la lente delle banche centrali che ora pensano di modificare le riserve diversificando rispetto al dollaro, secondo quanto emerge da un sondaggio del think tank Omfif rivolto a 75 istituti centrali.
L’analisi ha sottolineato che al momento l’asset preferito è l’oro. Ma le banche centrali stanno guardando con maggior interesse a euro (in particolare gli istituti dei Paesi sviluppati) e renminbi (soprattutto nei Paesi emergenti).
La frammentazione valutaria, riflesso di quella geopolitica, potrebbe portare alla crescita di alcune valute in aree specifiche, anche se il primato globale del dollaro non è per ora in discussione.
Soltanto un anno fa la valuta Usa era ancora la più desiderata dalle banche centrali. Negli ultimi anni la diversificazione delle riserve era rivolta alla ricerca di più alti rendimenti, mentre ora è motivata da ragioni di sicurezza e risk management.
Il 96% delle banche centrali, secondo il sondaggio Omfif condotto tra marzo e maggio, considera i dazi statunitensi una delle principali preoccupazioni geopolitiche. Oltre l’80% dei gestori di riserve considera la geopolitica tra i tre principali fattori che influenzano le decisioni di investimento a lungo termine, prima di inflazione, tassi di interesse reali e cambiamenti tecnologici.
Il dollaro è così diventato la moneta che ha visto diminuire l’appeal internazionale più di ogni altra nell’ultimo anno (si veda il grafico in pagina). Al contrario, quella più attraente è oggi l’euro.
Il 23% delle banche centrali pensa di aumentare l’esposizione alla moneta unica, solo il 7% di diminuirla. Il valore netto del 16% è il più alto in assoluto, seguito dal 14% del renminbi e dal 9% dello yen.
La moneta cinese ha oggi un peso residuale (poco più del 2%) nelle riserve internazionali principalmente a causa delle restrizioni ai movimenti di capitale e dei tassi di cambio.
L’euro è in posizione molto migliore (al 19%) ma paga soprattutto l’assenza di un mercato liquido di titoli europei. I bond Ue oggi in circolazione, quelli di Sure e Next Generation Eu, sono pari a 546 miliardi di euro, peraltro detenuti per un terzo dall’Eurosistema.
Non c’è confronto rispetto ai 29 mila miliardi di dollari di titoli di Stato americani. Gli investitori internazionali vorrebbero investire di più nell’euro, ma non ci sono bond sicuri (safe asset) sufficienti dell’area.
È probabile che le risorse in uscita dagli Usa confluiranno in buona parte verso la Germania, che potrà così finanziare a basso costo il piano del cancelliere Friedrich Merz per difesa e infrastrutture. Invece gli altri Paesi più indebitati (come l’Italia) avranno margini ridotti per investimenti nel digitale e nel clima, oltre che per far salire la spesa per la difesa al 5% del pil come previsto dalle ultime decisioni della Nato.
Emissioni costanti e più ingenti di eurobond allineerebbero le esigenze di investimento in tutti i Paesi Ue (senza asimmetrie, in particolare su beni comuni europei come la difesa) e nello stesso tempo andrebbero incontro all’appetito degli investitori internazionali per titoli diversi da quelli Usa.
Al momento però ci sono solo proposte per gli eurobond (come quella di Olivier Blanchard e Angel Ubide), non una vera spinta politica. Il motivo principale è che la Germania non ha un interesse nazionale alla loro emissione: i tassi dei titoli tedeschi sono inferiori a quelli europei, e le risorse ottenute dai bond possono essere indirizzate integralmente in progetti tedeschi.
Una ricerca della Banca d’Italia, riportata su MF-Milano Finanza del 16 giugno, ha osservato che un fattore di successo decisivo per l’avvio degli eurobond è una condivisione dei benefici tra Paesi, incluso quelli a basso debito come la Germania.
L’analisi stima che tutti gli Stati potrebbero ottenere uno sconto sui tassi di circa lo 0,4% con una redistribuzione dei guadagni che consentirebbe anche di mantenere un legame tra debiti nazionali e tassi pagati dai Paesi. Secondo la ricerca, «superare i problemi è tecnicamente fattibile e necessario, mentre le conseguenze dell’inazione stanno diventando sempre più evidenti».
Dopo il 2 aprile l’euro si è apprezzato in modo rilevante superando quota 1,17 dollari. L’euro ha beneficiato anche dei dubbi sulla sostenibilità dei conti pubblici Usa e sull’indipendenza della Fed dopo la presidenza di Jerome Powell.
A livello internazionale prevale tuttavia un certo scetticismo sulla capacità dell’euro di andare oltre gli attuali limiti e di sfidare il dollaro. Secondo il sondaggio Omfif, le banche centrali mondiali prevedono che le riserve in euro salgano al 22% delle riserve globali in dieci anni, mentre il dollaro scenderebbe al 52%.
«Lo status di valuta di riserva del dollaro non è ancora minacciato», ha rilevato Nikhil Sanghani di Omfif. «Oltre l’80% delle banche centrali ha affermato che il dollaro offre ancora sicurezza e liquidità, e la stragrande maggioranza prevede che costituirà oltre il 50% delle riserve globali nel prossimo decennio».
L’euro sta attirando interesse per le difficoltà del dollaro, più che per la propria forza. La presidente Bce Christine Lagarde ha evidenziato che i cambiamenti in corso aprono la strada a un «momento euro globale». Per Lagarde si tratta di «un’opportunità primaria per l’Europa di assumere un maggiore controllo del proprio destino. Ma questo non è un privilegio che ci verrà semplicemente concesso. Dobbiamo guadagnarcelo».
Per ora anche le banche centrali globali puntano sull’oro: un terzo degli istituti vuole aumentare le quote del metallo giallo nelle riserve. Resta invece molto bassa la fiducia nelle criptoattività (che non sono valute): solo il 3% delle banche centrali pensa di comprare bitcoin. (riproduzione riservata)