«In Italia abbiamo già realizzato 11 deal, che pesano per circa il 10% sul nostro portafoglio. Il valore medio delle operazioni (enterprise value) varia tra 150 e 250 milioni e il nostro equity ticket è di circa 10-20 milioni, cifre che si traducono in una quota tra il 5 e il 20% del capitale». A Oliver Schumann brillano gli occhi quando parla delle imprese italiane. Per il chairman del private equity investment committee di Capital Dynamics - asset manager con 14 miliardi di dollari in gestione e specializzato nei co-investimenti di minoranza in società medio-piccole - l’Italia è ricca di aziende con un know how riconosciuto in tutto il mondo. «Al giusto prezzo rappresentano un affare. Ci sono imprese fantastiche nel food, nel lusso e nell’industrial, ma anche nei servizi alle aziende e nel tech. Siamo interessati a quelle che sanno realizzare prodotti di qualità e hanno un business internazionale».
Domanda. Non vi muovete soli: chi sono i vostri partner?
Risposta. Cambiamo socio a seconda della società target e collaboriamo solo con chi conosce bene il settore in cui andremo a investire. Ecco perché abbiamo fatto le nostre 11 acquisizioni con 10 diversi partner, tra cui Ambienta, Clessidra e Pm&Partners: ognuno di loro ha specializzazioni differenti.
D. Quali aziende avete comprato insieme?
R. Se penso a una classica transazione italiana mi vengono in mente Alphial (vetro) e Italcer (ceramica). Con Clessidra abbiamo realizzato un’ottima operazione rilevando Argea, impresa che ogni anno esporta centinaia di milioni di bottiglie di vino con una piattaforma facilmente allargabile nel mondo.
D. Allora cercate campioni dell’export?
R. In passato abbiamo pagato in media un multiplo sotto 10 volte l’enterprise value sull’ebitda. In Italia il mercato tende a chiedere multipli più elevati e, a questi prezzi, una valida strategia per ottenere un ritorno di almeno il 20% annuo è acquisire aziende con una piattaforma in grado di espandersi all’estero. In questo modo è più facile ottenere rendimenti più alti e si riesce a rivendere a multipli interessanti.
D. Come si rende una società globale?
R. Non esiste una ricetta generale e il lavoro più complicato viene svolto dal nostro partner di maggioranza, a cui va dato il merito principale. Noi da soci di minoranza proponiamo professionisti di valore per il cda offrendo il nostro network internazionale per la crescita.
D. Perché cambiare vertici?
R. Per espandere i margini occorre penetrare nuove aree geografiche, un obiettivo difficile da raggiungere con la sola crescita organica. Molti mercati sono iper-regolamentati e hanno delle barriere d’accesso. Quindi un’opzione per entrarci potrebbe essere l’acquisizione di un’azienda locale o l’attivazione di canali di distribuzione internazionali, anche attraverso delle joint venture. Di solito questi passaggi impongono di allargare il team di management, affiancando ai dirigenti italiani dei professionisti che conoscono i mercati esteri. Sviluppare con successo una piattaforma internazionale permette di vendere a multipli migliori di quelli d’acquisto, obiettivo sempre più diffuso.
D. Qual è il prezzo giusto d’uscita?
R. I valori aumentano a seconda delle dimensioni aziendali e dipendono dai settori. Nel mid-market di solito si può sperare di ottenere un’espansione del multiplo in uscita di circa il 20% sull’ebitda rispetto a quello d’ingresso. Queste cifre ti vengono riconosciute solo se hai creato una multinazionale in grado di espandersi all’estero: è l’unica via per far aumentare l’ebitda.
D. Quanti anni servono?
R. Gli investimenti dei private equity durano in media cinque anni, a volte poco di più. In minor tempo è quasi impossibile ottenere quella crescita di ricavi ed ebitda necessaria per vendere a prezzi più alti di quelli d’acquisto. Tra le opzioni d’uscita c’è anche la quotazione in borsa, processo più lungo perché non sempre si riesce a cedere subito il 100% dell’azienda.
D. Quante società italiane avete venduto?
R. Su 11 investimenti in Italia abbiamo fatto quattro exit, anche se di recente il mercato è un po’ frenato.
D. Come mai?
R. Dopo la pandemia e lo scoppio della guerra in Ucraina i tassi di interesse sono saliti a livelli che non si vedevano da tempo. Così finanziare le operazioni è diventato più costoso e si è ridotta la liquidità, a danno delle exit. L’impatto sul mercato è evidente anche nell’industrial, nonostante sia uno dei comparti italiani più apprezzati all’estero.
D. Ci sono altre cause oltre alla stretta monetaria delle banche centrali?
R. Alcuni settori sono diventati di moda, come il tech grazie alla transizione digitale e al boom dell’AI. In questi casi la richiesta è schizzata alle stelle e di conseguenza i prezzi hanno iniziato a correre. Ma non tutti gli acquirenti sono disposti a riconoscere questi valori perché hanno paura di non rivendere a cifre simili. La diversità di vedute ha allargato la forchetta tra domanda e offerta, un problema non solo italiano.
D. La situazione migliorerà nei prossimi mesi?
R. Non mi aspetto grandi cambiamenti quest’anno. Per fortuna le aziende con risultati solidi continuano ad avere mercato. Per quelle che stanno sottoperformando, invece, la differenza di prezzo resterà ampia.
D. Cosa accadrà nel 2025?
R. Mi chiedo se ripartiranno gli acquisti anche sugli asset in difficoltà. Tutto dipenderà dall’entità del calo dei tassi d’interesse e dalla ripresa economica della Germania, la più grande economia d’Europa. Io prevedo un mercato ancora complicato, ma mi aspetto un miglioramento nel 2025 perché in questi anni il private equity ha imparato ad adattarsi ai cambiamenti. Abbiamo assistito a cicli più o meno lunghi, ma alla fine il nostro settore ha sempre trovato il modo di ottenere dei ritorni interessanti.
D. Molti investitori internazionali accusano il governo italiano di aver approvato delle riforme che li ostacolano, come il Ddl Capitali. Lei è d’accordo?
R. In Europa c’è un eccesso di regolamentazione, con norme spesso difficili da interpretare che scoraggiano gli investimenti. Queste scelte non colpiscono solo i private equity ma anche i cittadini europei: le nostre operazioni creano occupazione e ricchezza, a beneficio di tutta la comunità. (riproduzione riservata)