La Chiesa è universale, ovvio. Ma la fonte principale della liquidità del Vaticano, che ne è il cuore politico e amministrativo, sono i contribuenti italiani. Un miliardo di euro l’anno arriva infatti dall’8 per mille dell’Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche (Irpef) destinato alla Chiesa cattolica, in gran parte anche non consapevolmente, da chi paga le tasse qui. È una somma pari a circa il triplo del costo dell’apparato statale del Vaticano. Dunque non può essere considerato marginale quello che succede quando muore un Papa.
Da quando è stato istituito l’8 per mille, con la legge che nel 1985 ha recepito gli atti di revisione del concordato mussoliniano stipulati dal governo di Bettino Craxi, c’è solo un precedente. È quello della morte di Karol Wojtyla, avvenuta il 2 aprile del 2005, data precedente alle scadenze delle dichiarazioni Irpef di quell’anno. Circostanza pressoché identica a quella verificatasi ora con la morte di Jorge Mario Bergoglio.
I dati del ministero dell’Economia dicono che nel 2005 il gettito dell’8 per mille, per la prima volta nel 2004 superiore al miliardo di euro, calò di una quarantina di milioni attestandosi sui 967 milioni. Nel 2005 il numero dei contribuenti che dopo la morte di Giovanni Paolo II decisero coscientemente di devolvere l’8 per mille delle proprie tasse alla Chiesa cattolica aumentò comunque di circa 40 mila unità. Ma va pure detto che sempre nel 2005 ben 681 mila italiani in più rispetto al 2004 firmarono per lasciare l’8 per mille nelle casse dello Stato. Con un balzo del 54%.
Ricordiamo che, grazie a un singolare meccanismo previsto dalla legge, l’enorme fetta del cosiddetto «inoptato», vale a dire i soldi di chi non destina esplicitamente ad alcuna confessione il proprio 8 per mille, viene ripartito in proporzione delle scelte espresse. E siccome la maggioranza delle scelte è per la Chiesa cattolica, la fetta di gran lunga più grande va sempre al Vaticano. Basta dire che le scelte espresse non superano il 40% del totale delle dichiarazioni Irpef, con l’inoptato che si aggira quindi intorno al 60%.
Qui gioca evidentemente l’equivoco di chi immagina che per dare i propri soldi al Fisco basti lasciare il modulo dell’8 per mille in bianco. E non è così. Quel sistema assurdo non è stato mai cambiato nonostante un evidente contrasto con la logica nonché con il principio di libertà individuale sancito dalla Costituzione, visto che 19 milioni di contribuenti sono costretti a finanziare con le proprie tasse confessioni religiose a propria insaputa. Anzi, c’era chi avrebbe voluto trasferirlo tale e quale anche al finanziamento del 2 per mille ai partiti politici.
Le statistiche dell’8 per mille rese disponibili dal ministero dell’Economia dicono tanto del comportamento dei fedeli alla Chiesa cattolica. E anche dei profondi cambiamenti che si stanno verificando nel loro rapporto con le strutture ecclesiastiche. Negli anni del pontificato di Benedetto XVI, successore di Wojtyla, i contribuenti che coscientemente hanno dato l’8 per mille alla Chiesa sono costantemente aumentati, mantenendosi sempre sopra i 15 milioni, con un picco di 15,6 milioni nel 2010. Con l’arrivo di Papa Francesco, invece, si è assistito a un calo progressivo: 15,2 milioni nel 2013, 14,4 nel 2014, 14 e spicci nel 2015, fino al minimo storico di 11,3 milioni nel 2022, ultimo anno per cui sono disponibili le statistiche.
In una decina d’anni la Chiesta cattolica di Bergoglio ha perso più di 4 milioni di contribuenti pronti a versare l’8 per mille. Mentre lo Stato ne ha guadagnati oltre 2 milioni. Grazie alla regola dell’inoptato, però, l’incasso del Vaticano, che nel 2016 aveva toccato l’apice con 1,14 miliardi di euro, si è mantenuto sempre al di sopra dei 900 milioni.
Nel 2020, se non fosse stato in vigore quel meccanismo, la Chiesa cattolica avrebbe dovuto incassare appena 409 milioni contro i 911 che invece ha ottenuto. Ben 581,5 milioni sono arrivati grazie alla ripartizione dell’inoptato su base percentuale.
E dire che fin dall’inizio certe distorsioni così clamorose si potevano già immaginare. Ne erano consapevoli gli stessi legislatori, tanto da istituire una commissione per valutare di volta in volta le cose che non andavano. La verità è che si trattava di una specie di foglia di fico. Siccome nessuno aveva voglia di cambiare, questa commissione si è sempre limitata a prendere atto della situazione, fino a eclissarsi. L’ultimo segno di vita risale al 2016, quando l’idea di ridurre il contributo avanzata dalla parte che rappresentava il Tesoro italiano, venne respinta tassativamente dagli emissari vaticani. E tutto finì lì.
Per completezza d’informazione bisogna aggiungere che l’8 per mille, per quanto rilevante, è una delle voci del massiccio trasferimento di denari pubblici a vario titolo dallo Stato italiano alla Chiesa cattolica. Studi delle associazioni degli agnostici l’hanno valutato in più di 6 miliardi, comprendendo le esenzioni fiscali, i finanziamenti alle scuole paritarie da parte dello Stato e degli enti locali, i contributi di Regioni e Comuni, il valore dei servizi pubblici erogati in convenzione o con appalti da organizzazioni religiose… (riproduzione riservata)