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Politica industriale, arriva il piano al 2030: così il nuovo Made in Italy vale 4.200 miliardi
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Politica industriale, arriva il piano al 2030: così il nuovo Made in Italy vale 4.200 miliardi

22 gennaio 2026, 14:08 Ultimo aggiornamento: 14:10

Il Libro Bianco del Mimit fotografa una riclassificazione completa dell’economia italiana mappata su 18 filiere produttive: non solo moda e automotive, ma anche difesa, blue economy e salute. Nel 2023 erogati incentivi per quasi 18 miliardi 

Il ritorno della politica industriale italiana passa dai numeri. E i numeri raccontano un’economia molto diversa dall’immagine tradizionale del Made in Italy. Nel Libro Bianco 2030, che il ministero delle Imprese e del Made in Italy presenterà ufficialmente l’ultima settimana di gennaio, ma che è stato visionato da MF-Milano Finanza, il Mimit mette nero su bianco una riclassificazione completa dell’economia italiana mappata su 18 filiere produttive, con dati su fatturato, valore aggiunto, occupazione, export e aiuti pubblici.

Il contesto internazionale rende urgente questo cambio di paradigma. Gli Stati Uniti hanno accelerato sulla produzione high-tech e sui semiconduttori, la Cina continua ad affermarsi come la «fabbrica del mondo» e l’Europa corre il rischio di arretrare se non coordina le proprie strategie industriali. In questo scenario, l’Italia intende assumere un ruolo attivo, sfruttando i propri punti di forza storici ma anche aprendo nuovi fronti: salute, spazio, difesa, blue economy, digitale

L’economia italiana vale 4.200 miliardi 

Al centro del piano c’è la manifattura, ancora oggi l’architrave dell’economia nazionale. L’Italia conserva una base industriale ampia, con imprese che pur rappresentando appena il 7% del totale, generano quasi il 30% del fatturato e del valore aggiunto e danno lavoro al 21% degli occupati.

Senza considerare la Pubblica Amministrazione e il settore finanziario-assicurativo, l’economia italiana vale circa 4.200 miliardi di euro di fatturato, oltre 1.100 miliardi di valore aggiunto, 5 milioni di imprese e 19 milioni di occupati. Le filiere identificate come «produttive dell’economia» concentrano il 92% del fatturato, l’87% del valore aggiunto e l’84% dell’occupazione.

Difesa, blue economy, turismo: il «nuovo Made in Italy»

La struttura delle filiere è complessa e differenziata. Cinque filiere rappresentano il «Made in Italy tradizionale»: agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione e automotive. Altre cinque definiscono il «nuovo Made in Italy»: economia della salute, spazio e difesa, blue economy e cantieristica, turismo e tempo libero, industrie culturali e creative. A queste si aggiungono «otto comparti abilitanti» – energia, infrastrutture e costruzioni, digitale e microelettronica, servizi integrati, logistica integrata, siderurgia e metallurgia, chimica e packaging – che sostengono trasversalmente tutte le filiere.

Dai numeri emerge un’Italia dai tratti profondamente differenti tra filiere. Le filiere con fatturato superiore ai 300 miliardi di euro sono quattro: agroalimentare, infrastrutture e costruzioni, energia e automotive. Insieme rappresentano quasi la metà del fatturato totale. Per valore aggiunto, sei filiere superano i 60 miliardi: infrastrutture e costruzioni, agroalimentare, servizi integrati, abbigliamento, logistica integrata e automotive, generando oltre la metà del totale. In termini di occupazione, le filiere più grandi – agroalimentare, infrastrutture e costruzioni, servizi integrati, abbigliamento, turismo e tempo libero, logistica integrata – superano il milione di addetti ciascuna.

Quasi 20 miliardi di incentivi ricevuti 

Le differenze emergono anche nella composizione industriale: alcune filiere mostrano una prevalenza manifatturiera superiore al 50%, come automazione, siderurgia e metallurgia, packaging, chimica ed economia dello spazio e della difesa. Sono i settori più capital-intensive, tecnologici e ad alta produttività e al tempo stesso le leve principali per aumentare salari e competitività internazionale.

L’internazionalizzazione resta un asse portante. Cinque filiere – abbigliamento, agroalimentare, automazione, salute e automotive – generano circa metà dell’export nazionale, con rapporti export/fatturato particolarmente elevati: 52% nell’automazione, 46% nella salute, 38% nell’abbigliamento e quasi 30% nello spazio-difesa e chimica. La strategia non si limita a sostenere i settori più tradizionali, ma punta a rafforzare quelli ad alto valore aggiunto, capaci di presidiare mercati internazionali e attrarre investimenti esteri.

Sul fronte del sostegno pubblico, nel 2023 le 18 filiere hanno ricevuto 17,7 miliardi di euro di incentivi, circa lo 0,5% del fatturato. Alcune filiere hanno beneficiato più di altre: industrie culturali e creative, blue economy, siderurgia, turismo, packaging, spazio e difesa. Le cinque filiere storiche del Made in Italy hanno assorbito 4,6 miliardi, un quarto del totale, evidenziando come la strategia voglia integrare tradizione e nuovi settori strategici. (riproduzione riservata) 



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