Il ritorno della politica industriale italiana passa dai numeri. E i numeri raccontano un’economia molto diversa dall’immagine tradizionale del Made in Italy. Nel Libro Bianco 2030, che il ministero delle Imprese e del Made in Italy presenterà ufficialmente l’ultima settimana di gennaio, ma che è stato visionato da MF-Milano Finanza, il Mimit mette nero su bianco una riclassificazione completa dell’economia italiana mappata su 18 filiere produttive, con dati su fatturato, valore aggiunto, occupazione, export e aiuti pubblici.
Il contesto internazionale rende urgente questo cambio di paradigma. Gli Stati Uniti hanno accelerato sulla produzione high-tech e sui semiconduttori, la Cina continua ad affermarsi come la «fabbrica del mondo» e l’Europa corre il rischio di arretrare se non coordina le proprie strategie industriali. In questo scenario, l’Italia intende assumere un ruolo attivo, sfruttando i propri punti di forza storici ma anche aprendo nuovi fronti: salute, spazio, difesa, blue economy, digitale.
Al centro del piano c’è la manifattura, ancora oggi l’architrave dell’economia nazionale. L’Italia conserva una base industriale ampia, con imprese che pur rappresentando appena il 7% del totale, generano quasi il 30% del fatturato e del valore aggiunto e danno lavoro al 21% degli occupati.
Senza considerare la Pubblica Amministrazione e il settore finanziario-assicurativo, l’economia italiana vale circa 4.200 miliardi di euro di fatturato, oltre 1.100 miliardi di valore aggiunto, 5 milioni di imprese e 19 milioni di occupati. Le filiere identificate come «produttive dell’economia» concentrano il 92% del fatturato, l’87% del valore aggiunto e l’84% dell’occupazione.
La struttura delle filiere è complessa e differenziata. Cinque filiere rappresentano il «Made in Italy tradizionale»: agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione e automotive. Altre cinque definiscono il «nuovo Made in Italy»: economia della salute, spazio e difesa, blue economy e cantieristica, turismo e tempo libero, industrie culturali e creative. A queste si aggiungono «otto comparti abilitanti» – energia, infrastrutture e costruzioni, digitale e microelettronica, servizi integrati, logistica integrata, siderurgia e metallurgia, chimica e packaging – che sostengono trasversalmente tutte le filiere.
Dai numeri emerge un’Italia dai tratti profondamente differenti tra filiere. Le filiere con fatturato superiore ai 300 miliardi di euro sono quattro: agroalimentare, infrastrutture e costruzioni, energia e automotive. Insieme rappresentano quasi la metà del fatturato totale. Per valore aggiunto, sei filiere superano i 60 miliardi: infrastrutture e costruzioni, agroalimentare, servizi integrati, abbigliamento, logistica integrata e automotive, generando oltre la metà del totale. In termini di occupazione, le filiere più grandi – agroalimentare, infrastrutture e costruzioni, servizi integrati, abbigliamento, turismo e tempo libero, logistica integrata – superano il milione di addetti ciascuna.
Le differenze emergono anche nella composizione industriale: alcune filiere mostrano una prevalenza manifatturiera superiore al 50%, come automazione, siderurgia e metallurgia, packaging, chimica ed economia dello spazio e della difesa. Sono i settori più capital-intensive, tecnologici e ad alta produttività e al tempo stesso le leve principali per aumentare salari e competitività internazionale.
L’internazionalizzazione resta un asse portante. Cinque filiere – abbigliamento, agroalimentare, automazione, salute e automotive – generano circa metà dell’export nazionale, con rapporti export/fatturato particolarmente elevati: 52% nell’automazione, 46% nella salute, 38% nell’abbigliamento e quasi 30% nello spazio-difesa e chimica. La strategia non si limita a sostenere i settori più tradizionali, ma punta a rafforzare quelli ad alto valore aggiunto, capaci di presidiare mercati internazionali e attrarre investimenti esteri.
Sul fronte del sostegno pubblico, nel 2023 le 18 filiere hanno ricevuto 17,7 miliardi di euro di incentivi, circa lo 0,5% del fatturato. Alcune filiere hanno beneficiato più di altre: industrie culturali e creative, blue economy, siderurgia, turismo, packaging, spazio e difesa. Le cinque filiere storiche del Made in Italy hanno assorbito 4,6 miliardi, un quarto del totale, evidenziando come la strategia voglia integrare tradizione e nuovi settori strategici. (riproduzione riservata)