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Il presidente dell'Acri Giovanni Azzone
Il presidente dell'Acri Giovanni Azzone
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Piccole fondazioni alla riscossa. Gli enti minori sono spesso quelli con maggiore capacità di erogazione per abitante. Ecco perché

14 agosto 2025, 21:00 Ultimo aggiornamento: 15 agosto 2025, 00:47

Le piccole realtà garantiscono erogazioni pro-capite elevate e prossimità ai territori. Per questo Acri vuole preservare la loro biodiversità

È la biodiversità, bellezza! Questa nuova declinazione del celebre slogan (è il mercato, bellezza) potrebbe descrivere una delle caratteristiche meno note del mondo delle 89 fondazioni italiane di origine bancaria che costituiscono il sistema Acri. Una caratteristica che però negli ultimi mesi il presidente dell’associazione di rappresentanza e di Cariplo Giovanni Azzone ha scelto di valorizzare per far conoscere il «variegato» mondo degli enti che attualmente gestisce circa 50 miliardi di euro di patrimonio (42 miliardi a fine 2024).

Un sistema a più velocità

Poco meno della metà di questo tesoro, destinato in gran parte a supportare il terzo settore, è in cassa alle prime due fondazioni del mondo Acri. E cioè la lombarda Cariplo e la torinese Compagnia di San Paolo (tra i 10 e i 12 miliardi a testa), mentre 33 associate – dunque più di un terzo di tutti gli iscritti – gestiscono meno di 100 milioni di patrimonio l’una, con sei casi in cui l’asticella scende addirittura sotto i 10 milioni.

Secondo Azzone però questa diversificazione non è un problema, almeno fino a quando la scala degli enti è in grado di coprire i costi di gestione delle erogazioni e degli interventi sul territorio. Certo, le piccole fondazioni non possono orchestrare interventi di sistema come quelli messi in campo dai player maggiori, anche come quantità di risorse erogate a un singolo progetto.

Però in alcuni contesti periferici, realtà di ridotte dimensioni possono garantire alti livelli di erogazioni pro-capite, una maggiore prossimità ai territori e una più efficace rapidità di manovra. Insomma, nel mondo Acri, ad essere rilevanti non sono soltanto il patrimonio e di conseguenza l’importo assoluto delle erogazioni (direttamente collegato alla capacità degli amministratori di far fruttare gli attivi), ma anche l’ampiezza dei territori di competenza.

È un mix che, nel sistema Acri, non deve essere considerato in maniera disgiunta. La vera ricchezza dell’associazione presieduta da Azzone, che nei forzieri ha le quote delle principali banche italiane e di Cdp, è proprio questa biodiversità. Lo stesso numero uno dell’Acri lo ha fatto presente nell’ultima audizione dello scorso 10 luglio alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, dove ha descritto l’attività delle fondazioni.

«Guardare solo al loro patrimonio può dare una visione distorta. Se infatti consideriamo il valore del patrimonio per abitante nel territorio di riferimento, le fondazioni di Cuneo e Lucca hanno mezzi propri per abitante che risultano tre volte superiori a quelli di Cariplo».

Piccolo non significa irrilevante

Per Azzone, «le fondazioni sono funzionali se hanno una massa critica abbastanza grande per gestire l’attività erogativa, altrimenti i costi di erogazione rischiano di pesare troppo. Gli enti inoltre conoscono molto bene il territorio e le sue esigenze specifiche. Avere quindi la capacità di agire in modo puntuale su queste esigenze ha un valore».

In sede Acri le considerazioni fatte dal presidente dell’associazione hanno anche un peso strategico: da anni si discute sull’opportunità di integrare gli enti più piccoli visti anche come anello debole, ma secondo Azzone un piano del genere va vagliato attentamente.

Il motivo? Questa ricchezza, che arriva proprio dalla biodiversità del mondo Acri, non va dispersa. «La massa critica spingerebbe a integrarle. Ma la prossimità ci permette di servire meglio i territori. Stiamo lavorando per vedere quali aggregazioni potremmo favorire, senza che questo peggiori la vicinanza con il territorio», ha concluso il suo ragionamento.

Ombre e risultati

È vero che negli anni ci sono stati episodi di mala gestio – come nel caso della Fondazione Montepaschi e degli altri enti minori coinvolti nelle crisi bancarie del decennio scorso – oppure casi di governance molto problematica, come avvenuto invece per la torinese Crt. Ma in più di un trentennio di attività (dalla fondativa legge Amato del 1990 a oggi) la macchina Acri è stata in grado di erogare in tutta Italia circa 30 miliardi di euro, con il maggiore impatto soprattutto sul welfare e sulle attività culturali nel Centro-Nord, in media circa un miliardo all’anno.

L’effetto di sistema si vede nella leva di due volte applicata a gran parte degli interventi: accanto alle fondazioni sono intervenuti altri soggetti pubblici e privati che hanno coinvestito per ulteriori 60 miliardi. La convenienza di questo approccio sta nella maggiore rapidità di intervento delle fondazioni rispetto agli enti pubblici, una caratteristica che si è rivelata particolarmente utile per la gestione di emergenze come la pandemia. In totale quindi, in poco più di 30 anni, la potenza di fuoco è stata di 90 miliardi, circa tre volte l’ammontare annuale della legge di bilancio italiana.

Quali fondazioni hanno redistribuito di più?

La risposta arriva da una classifica interna dell’Acri su dati del 2023 che mette in relazione patrimonio e popolazione residente. MF-Milano Finanza ha aggiunto anche il dato delle erogazioni per rendere ancora più completa l’analisi e ha ristretto il campione alle 20 fondazioni con un patrimonio 2023 superiore a 400 milioni (vedi tabella in pagina). Quello che emerge è che fondazioni anche medie o piccole che però insistono su territori periferici o scarsamente popolati hanno una capacità redistributiva maggiore rispetto ai grandi enti. In cima alla classifica dell’Acri c’è CariCuneo, azionista storico di Ubi Banca poi confluita in Intesa Sanpaolo.

Sebbene abbia un quinto del patrimonio della reginetta Cariplo, l’ente presieduto da Mauro Gola ha un patrimonio per cittadino di oltre 3.400 euro e eroga pro capite più di 80 euro, cinque volte più dell’ente presieduto da Azzone. Molto vicina a questi valori è anche CariLucca, la fondazione toscana azionista e pattista di Banco Bpm: il patrimonio per cittadino è di oltre 3.200 euro con erogazioni pro capite di 77,1 euro. L’ente più piccolo del campione in termini di patrimonio è CariTrento e Rovereto (407,9 milioni), piccolo socio di Intesa Sanpaolo e di Sparkasse.

Il peso del territorio nelle erogazioni

Il fatto di servire un territorio scarsamente popolato fa sì che le erogazioni pro-capite (quasi 18 euro) siano però superiori a quelle messe a disposizione da giganti del sistema non solo come Cariplo, ma anche come Crt (16,2 euro) e Cariverona (quasi 11 euro), entrambi azionisti storici di Unicredit. O anche di Fondazione Roma (5,25 euro) e di Fondazione di Sardegna (18,4 euro), secondo socio della futura terza banca del Paese che nascerà dalle nozze fra Bper e PopSondrio.

Persino la Fondazione Montepaschi, travolta dalla crisi della conferitaria senese nazionalizzata nel 2016, oggi sotto la guida di Carlo Rossi ha un patrimonio per abitante di oltre 2.200 euro e mette a disposizione 46 euro di erogazione media pro capite, un valore ben superiore a quanto ad esempio sempre nel 2023 ha messo a disposizione dei cittadini sia l’altro big del sistema, la torinese Compagnia di San Paolo (30,6 euro), primo azionista della banca guidata da Carlo Messina, sia la corregionale CariFirenze. La fondazione presieduta da Bernabò Bocca, anch’essa azionista storico di Intesa, ha girato al territorio nel 2023 poco meno di 26 euro. (riproduzione riservata)



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