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Piazza Affari, le 20 azioni per cavalcare il rally prima che arrivi la correzione di borsa
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Piazza Affari, le 20 azioni per cavalcare il rally prima che arrivi la correzione di borsa

28 febbraio 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 03 marzo 2025, 09:03

Il Ftse Mib ha superato i 39.000 punti che non vedeva dal 2007 con una volata del 13% in due mesi. Ora i dazi Usa taglieranno le gambe al listino? La storia insegna che possono essere dribblati. Ecco le azioni che hanno ancora fiato per correre o per riprendersi

Il Ftse Mib ha superato i 39.000 punti a febbraio, un livello che non vedeva dalla fine del 2007. Un bel rally del 13% da inizio anno, trainato dalla corsa dei titoli della difesa (Iveco +63%) e delle banche (Unicredit +32%) fra pace attesa in Ucraina, riarmo in Europa e taglio dei tassi Bce. Nel frattempo, però, la politica dei dazi annunciata da Donald Trump si sta concretizzando contro la Cina (10% già in corso, cui aggiungere un altro 10%), Messico e Canada (25% dal 4 marzo) e il 25% contro l’Unione Europea a partire da aprile. Una scure sulle società del Vecchio Continente che potrebbe incidere sul rally di Piazza Affari. Il mercato ora si chiede: la corsa è destinata a proseguire o la correzione è alle porte?

Un rally allargato

Gabriel Debach, market analyst di eToro, osserva che «il rally non è solo una questione di banche. Certo, il settore ha dominato la scena, con Unicredit e Intesa Sanpaolo che da sole hanno inciso per quasi la metà della performance dell’indice da inizio anno. Ma ridurre tutto a un effetto tassi sarebbe una lettura semplicistica. Il rally è stato più ampio di quanto sembra». Su 40 titoli del listino principale, 15 hanno battuto l’indice, prosegue Debach, con Iveco e Leonardo in testa alla classifica. Il lusso non è rimasto a guardare grazie a Moncler (+27,62%) e Ferrari (+17,14%). Solo sei titoli sono in negativo, segnale che l’avanzata del listino non è stata un fuoco di paglia. Il punto, però, è un altro: «non è che il resto dell’indice non ha fatto bene, è che ha poco peso. Le prime 10 aziende valgono oltre il 70% del Ftse Mib», nota Debach.

Milano a sconto

Il Ftse Mib tratta a un multiplo prezzo-utile (p/e) di 10, a sconto del 20% sulla propria media storica, a fronte di una crescita attesa degli utili mid single digit, sottolinea Gianmarco Bonacina head of equity research di Banca Akros. Invece, l’indice Euro Stoxx 50 ha un p/e di 15, in linea con la propria media, a fronte di una crescita attesa degli utili mid single digit. L’indice S&P 500 tratta invece a un p/e di 25, il 15% a premio a fronte di una crescita attesa degli utili fino alla doppia cifra. Quindi, secondo Bonacina, «il Ftse Mib non è una trappola di valore perché gli eventuali dazi avrebbero sì un impatto negativo, ma solo su selezionate società: auto, alcuni industriali e titoli consumer, ma non sul core del listino milanese».

Dribblare i dazi si può

Di pari passo con la crescita degli utili, l’azionario italiano offre il miglior rendimento in termini di dividendi a livello globale: 5,3% sul 2025 e 5,6% sul 2026 per l’indice delle blue chip. Uno scudo in più contro i dazi Usa in un momento in cui l’Italia, come gli altri Paesi grandi esportatori europei, vede negli Stati Uniti un importante mercato di sbocco. Stefania Trenti, responsabile industry & local economies research di Intesa Sanpaolo mette in evidenza che, secondo i dati Istat, nel 2024 «gli Usa rappresentano il 10,4% del nostro export (il 10,8% per il solo manifatturiero), con un saldo positivo di 38 miliardi (45 per il solo manifatturiero). Settori di punta dell’industria italiana come meccanica, alimentare e bevande, automotive e moda destinano al mercato statunitense oltre il 12% del loro export e potrebbero essere più colpiti dall’aumento dei dazi».

Una stima di tariffe del 10% corrisponderebbe «a circa 3 miliardi di euro di perdita di export italiano. Un ulteriore deprezzamento dell’euro potrebbe quasi del tutto controbilanciare questo impatto. Va poi sottolineato come i dazi introdotti dalla prima amministrazione Trump non abbiano impedito all’export italiano di ottenere ottimi risultati sul mercato americano».

Senza contare, sottolinea Trenti, che «molti prodotti del made in Italy venduti negli Usa, soprattutto nella moda e nell’alimentare, sono beni di lusso, meno sensibili a variazioni di prezzo e considerati uno status symbol, che dovrebbero beneficiare dei tagli fiscali promessi da Trump. In altri settori, come la farmaceutica, una quota rilevante delle esportazioni è legata ai traffici governati dalle multinazionali americane con base produttiva nel nostro Paese e potrebbero essere esclusi o dare luogo a soluzioni negoziali ad hoc».

Non è poi da sottovalutare la capacità delle imprese italiane di diversificare gli sbocchi commerciali o potenziare la presenza produttiva negli Usa. In sostanza, precisa l’economista, «allo stato attuale, l’impatto maggiore è quello creato dal clima di forte incertezza, che può frenare sia i consumi sia gli investimenti, e dall’inasprimento delle tensioni competitive, in primis quelle cinesi, su mercati diversi dagli Usa».

Il tema dei dazi, interviene Luigi De Bellis, co-responsabile ufficio studi di Equita, «sarà una costante nei prossimi anni, con impatti significativi sulle economie globali. I dazi Usa ridurrebbero la crescita economica in Europa, ma la portata probabilmente non sarebbe enorme: il 10% di dazi universali corrisponde a un effetto tra 0,1/0,2% della crescita del pil europeo, con il 25% si avrebbe una pressione dello 0,5%». Peraltro, l’area euro è meno vulnerabile rispetto a Canada o Messico. Nel 2023 le esportazioni di beni verso gli Usa erano pari al 3/3,5% del pil dell’Eurozona, mentre le percentuali corrispondenti erano del 27% per il Messico e del 21% per il Canada.

Effetto boomerang

«Comunque le tariffe dipenderanno molto anche dalla condizione dell’economia americana alle prese con una politica monetaria favorevole al taglio dei tassi e una disoccupazione in aumento dal 2023», sottolinea David Pascucci, analista di Xtb. Quindi imporre dazi in queste condizioni «potrebbe essere un problema su scala globale anche per gli stessi Stati Uniti. In quest’ottica è molto probabile un ridimensionamento di alcuni titoli legati all’automotive e che hanno performato bene, come ad esempio Iveco o Ferrari, benché quest’ultima sia considerata più un bene di lusso. Chi può reggere l’urto dei dazi sono i titoli bancari, anche se alcuni hanno corso molto e nel breve potrebbero risentire della volatilità dei mercati».

Chi può correre ancora

Tra i best performer di Piazza Affari, Bonacina vede bene Lottomatica, grazie all’aumento della penetrazione del gioco online, Banca Mediolanum per la forte generazione di cassa e i dividendi elevati, Avio, Leonardo e Fincantieri che dovrebbero beneficiare dell’aumento della spesa militare da parte della Nato. «Pur restando scettici sull’obiettivo proposto da Trump del 5% del pil per la difesa, a causa dei vincoli di bilancio», De Bellis ritiene che «un aumento più realistico al 2,5-3% possa sostenere una crescita annua del 2,5-5% negli investimenti in equipaggiamenti militari. Sebbene questo non si traduca in un immediato miglioramento degli utili, supporta un re-rating. L’intero comparto della difesa ne trarrà beneficio, con Leonardo in prima linea».

E se Danieli rimane uno dei principali beneficiari del mega trend della transizione verde dell’acciaio e tratta a valutazioni ancora molto attraenti, Equita sovrappesa i titoli finanziari, con fondamentali attesi solidi anche nel 2025. Tra le banche tradizionali la preferenza va a Unicredit, Bper, Intesa Sanpaolo e Credem, invece nel risparmio gestito a Banca Mediolanum, Fineco, e Mediobanca visto che la graduale riduzione dei tassi in un contesto economico resiliente porterà a un miglioramento dei flussi di raccolta. Anche i materiali di base e le costruzioni restano sotto i riflettori, aggiunge Debach: «se il ciclo economico europeo si mantiene solido, titoli come Buzzi sono da monitorare, soprattutto se gli investimenti pubblici e privati in edilizia restano sostenuti. Sul fronte energetico, il tema chiave è la pace in Ucraina, le pressioni sul costo dell’energia potrebbero attenuarsi, offrendo finalmente respiro ai settori industriali e manifatturieri».

Chi può recuperare

Viceversa, fra i titoli che hanno fatto peggio, Banca Akros ha una visione positiva su Saipem, che dovrebbe beneficiare della ripresa degli investimenti nel settore esplorazione & produzione e delle nozze con Subsea7, su Acea che trae vantaggio dal segmento acqua con una regolamentazione favorevole e su Gpi che opera in un ambito anticiclico, l’IT per la sanità. De Bellis cita Campari che ha superato una «transizione manageriale e, con il nuovo ceo, si concentra ora su efficienza e crescita. La forza del portafoglio prodotti, in particolare aperitivi e tequila, le permette di intercettare opportunità anche in un mercato ancora in assestamento». Quanto a Nexi, «ha registrato una performance negativa a causa dei dubbi sulle prospettive di crescita», ma l’esperto ritiene che il «ruolo chiave nel settore dei pagamenti digitali e la capacità di generare cassa possano supportare un miglioramento». Quanto a Dexelance (ex Italian Design Brands) ha già dimostrato di poter crescere in un contesto complesso e di beneficiare della ripresa della domanda residenziale nel 2025, sostenuta dagli investimenti in marketing e forza commerciale. Anche per Moltiply (ex MutuiOnline) c’è spazio per un re-rating grazie all’accelerazione delle richieste di mutui in scia al taglio dei tassi.

(riproduzione riservata)



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