Le aziende a volte giocano con le loro azioni come il pasticcere con la torta. Stessa grandezza, stessi ingredienti, ma la torta viene tagliata in fette più grandi o più piccole. È quello che succede con il raggruppamento e il frazionamento delle azioni. Non si crea valore dal nulla, ma si cambia il numero di azioni in circolazione e il loro prezzo.
L’obiettivo è «migliorare la percezione e quindi la liquidità e l’accessibilità del titolo: in caso di split un prezzo più basso rende il titolo più accessibile agli investitori retail, che rappresentano una percentuale molto alta degli scambi totali sul mercato secondario; al contrario, in caso di raggruppamento, aumentare il prezzo può evitare che alcuni titoli vengano percepiti come speculativi o finanziariamente deboli», spiega a Milano Finanza Alessandro Colombo, analista dell’ufficio studi di Integrae Sim. Quindi conviene? «Si, soprattutto nei casi in cui il prezzo raggiunga valori troppo alti o troppo bassi. Mentre un frazionamento dovrebbe essere percepito meglio, in quanto utilizzato da aziende in crescita, in realtà un raggruppamento è una mossa molto difensiva e c’è il rischio che venga percepita come un segnale di difficoltà».
L’analisi di Integrae Sim delle società quotate sui segmenti Euronext Milan, Euronext Star Milan ed Euronext Growth Milan che hanno effettuato tali operazioni tra il 2018 e il 2025 mostra risultati contrastanti. Dalla tabella emerge un dato interessante: la variazione dei volumi di scambio e la performance dei titoli a un anno dall’operazione non seguono un pattern univoco. In particolare, la colonna «Delta Vol. %» misura lo scarto percentuale tra la media dei volumi di negoziazione dell’anno precedente e quella dell’anno successivo all’operazione. La colonna «Ritorno a 1 anno», invece, registra il rendimento del titolo un anno dopo l’evento.
«I risultati evidenziano forti discrepanze tra i diversi titoli, segno che l’impatto di un frazionamento o di un raggruppamento dipende non solo dall’operazione stessa ma anche dalle dinamiche aziendali specifiche e dal contesto di mercato in cui la società opera», precisa Colombo. In alcuni casi, come per Wiit, il frazionamento ha favorito un incremento della liquidità e un miglioramento delle performance azionarie; lo stesso si può dire per il raggruppamento attuato da Mfe, Juventus e Landi Renzi. In altri casi le reazioni del mercato sono state meno positive, complice un sentiment già negativo sull’azienda o su un intero settore. Due i casi evidenti: quelli di Saipem (delta 461,3% e ritorno del -52%, complici i profit warning) e Mps (delta 4202% e ritorno del -59,7%, con in mezzo un aumento di capitale). «L’analisi dimostra, quindi, che, sebbene queste tipologie di operazioni siano strumenti utili per la gestione della struttura del capitale, la loro efficacia non è garantita e deve essere valutata caso per caso», conclude l’analista di Integrae Sim.
Nei prossimi mesi altre azioni di Piazza Affari potrebbero sottoporsi a uno split, quindi più fette di torta per tutti, senza cambiarne la dimensione. Più volte si è puntato il dito su Ferrari, che quota a 448 euro, ma l’occhio cade anche su Diasorin (100 euro) e Brunello Cucinelli (124), assieme alle più piccole Reply (154), 4Aim Sicaf (80,3) e Sesa (72,7). Viceversa, potrebbero decidere di procedere a un raggruppamento titoli con fondamentali solidi come Green Oleo (0,84 euro), società che di recente si è rafforzata nel mercato dei biolubrificanti, e Casta Diva (1,1), che ha chiuso il 2024 con ricavi in crescita del 10,7% a 123,4 milioni di euro.
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