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Piazza Affari: Fnsi poco efficace sull’Egm, su 101 ipo potrebbe partecipare solo a 8

30 marzo 2026, 23:30 Ultimo aggiornamento: 31 marzo 2026, 07:54

Ambromobiliare analizza gli effetti del fondo di Cdp dal 2022 al 2026 sulle pmi quotate ipotizzando che il Fondo Nazionale Strategico Indiretto da 750 milioni sia stato attivato quattro anni fa

Sul Fondo Nazionale Strategico Indiretto (Fnsi) questo governo ha puntato molto. È il progetto di un fondo di fondi a capitale pubblico (49%) e privato (51%) voluto dal Mef attraverso Cdp con una dotazione minima di 750 milioni di euro, ma con un target di 1,5 miliardi per investire nelle piccole e medie imprese di Piazza Affari che soffrono da anni di scarsa liquidità e quindi di scambi. Per questa ragione scambiano a multipli ridotti rispetto alle blue chip. Il Fnsi ha un regolamento unico al quale si devono attenere tutti i gestori. Hanno aderito all’invito del governo Eurizon (Intesa Sanpaolo), Generali Investments, Amundi, Miria (quest’ultima è la Sgr di Enasarco), Arca, Algebris, Anima, Equita, AcomeA, Ersel, Anthilia, Quaestio/Banor e Azimut.

I tre limiti di investimento alle pmi

Una delle norme riguarda gli investimenti in fase di ipo ammessi solo «per quei processi la cui quota di primario non sia inferiore a 10 milioni di euro». Questo significa che tutte le raccolte di equity sotto i 10 milioni in fase di quotazione non sono sostenute dal fondo nazionale.

Ambromobiliare, società di consulenza specializzata nelle pmi, ha cercato di capire quale sarebbe stato l'impatto del Fnsi sull’Egm (il segmento delle società più piccole di Piazza Affari) se il progetto fosse stato operativo già nel 2022, fino a fine marzo 2026. Oltre al limite dei 10 milioni, Ambromobiliare ha considerato anche gli altri limiti posti da Cdp, ovvero una capitalizzazione di almeno 10 milioni e un flottante minimo del 20%. La ricerca è partita poi dal presupposto che ogni fondo abbia investito il massimo ammissibile, ovvero fino al 10% della raccolta in ipo per ogni quotazione con le caratteristiche definite qui sopra.

Su 101 ipo solo 8 sarebbero investibili

Ebbene, su 101 ipo effettuate (per una raccolta totale di 683,6 milioni di euro e una raccolta media di 6,8 milioni) nell’arco temporale considerato, solo 8 sarebbero state ammissibili per un valore di investimento complessivo dell’Fnsi pari a 73,9 milioni di euro.

Se si considera solo il 2025, su 21 quotazioni vi sarebbe stata 1 sola operazione ammissibile per 9 milioni. L’analisi condotta non considera le spac, i veicoli speciali ed esclude la quotazione di Technoprobe su Egm, una società di grandi dimensioni (con una capitalizzazione di mercato al momento dell’ipo di oltre 4 miliardi) che da sola avrebbe convogliato una settantina di milioni di euro.

L’analisi di Ambromobiliare mette in evidenza che l’Fnsi avrebbe potuto partecipare a 26 ipo nel 2022, 34 quotazioni nel 2023, 21 nel 2024 e ancora 21 nel 2025, per poi scendere a una nel primo trimestre del 2026. Gli investimenti potenziali dei fondi che aderiscono al Fnsi avrebbero così inciso per il 17,4% delle ipo nel 2022, scendendo poi all’11,7% nel 2023, al 5,7% nel 2024, al 7,1% del 2025. Nel 2026, invece, la quota si sarebbe azzerata. Con la conseguenza che dei 750 milioni disponibili all’inizio solo il 9,9% sarebbe stato impiegato.

Un fondo pensato per le mid cap ma non per le pmi

Il punto è che il fondo del Mef è chiamato a investire «una quota prevalente, almeno pari al 70% delle masse gestite» in titoli azionari che non rientrano nel Ftse Mib. Il fondo può investire poi una quota non prevalente, fino al 30% delle masse gestite, in titoli azionari quotati in mercati regolamentati.  (riproduzione riservata)



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