Il passo del gambero che Piazza Affari registra da anni sul fronte degli scambi è a dir poco sconfortante. Secondo Borsa Italiana, erano 870 miliardi di euro nel 2000, 1.500 miliardi nel 2007 quando i mercati vennero scossi dalla crisi mondiale dei mutui subprime, per poi scendere in picchiata a 600 miliardi nel 2020 e 2021, 250 miliardi nei primi mesi del 2023. Certo, è una borsa diversa quella che oggi si presenta agli investitori, lontana anni luce dai quasi 48.000 punti di 23 anni fa, alla vigilia dello scoppio della bolla delle dot.com.
Però è vero che scambi elevati di solito corrispondono a periodi di intensi rovesci di mercato. Basti pensare che il picco è stato raggiunto con la più grande crisi finanziaria mondiale. E il 2023, partito in sordina, ha regalato da inizio gennaio a venerdì 7 luglio una performance del 17% al Ftse Mib, in barba al turnover dei titoli. Tanto che a fine giugno l’indice principale di Piazza Affari ha toccato quota 28.000 che non vedeva dal 2008, quando, invece, era in piena caduta.
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Un altro dato da considerare sono le quotazioni e i delisting a Piazza Affari, entrambi piuttosto vivaci in questi primi sei mesi. Le ipo fra mercato principale (Euronext Milan) e quello delle pmi (Euronext Growth Milan) sono state 16 (fonte: EY) per quasi 1,5 miliardi di euro di raccolta grazie soprattutto ai 600 milioni di Lottomatica, ai 410 milioni di Eurogroup Laminations e ai 265 milioni di Ferretti.
I delisting, tutti per opa, hanno coinvolto sette società per poco più di un miliardo di capitalizzazione che lascia la borsa. I titoli più rilevanti sono Dea Capital (412,7 milioni, ha storicamente staccato interessanti dividendi), Prima Industrie (262,1 milioni) e Net Insurance (164,2 milioni). A seguire, Nice Footwear (25,1 milioni), Aedes Siiq (77,3 milioni), Sababa Security (30,9 milioni) e Finlogic (87,8 milioni). A luglio ha debuttato Aatech e, il 7 del mese, entrambi su Egm, la società Imd International Medical Devices, ipo seguita da Banca Akros (gruppo Banco Bpm in qualità di Euronext growth advisor, sole global coordinator, sole bookrunner e specialist). La settimana poi di lunedì 10 luglio vedrà la quotazione di un’altra società a Milano sul segmento sempre delle pmi; si tratta di Green Oleo, a cui si aggiungerà il passaggio sul segmento principale di Comer Industries. Entro agosto è prevista l’ipo di Maggioli.
Un altro dato da considerare sono i titoli più liquidi, quelli maggiormente scambiati a Piazza Affari, su cui è il mercato ha più facilità a operare sia in fase di acquisto sia di vendita. Quelli, in sintesi, che fanno guadagnare di più gli investitori. Su 523 azioni mappate da Borsa Italiana nei primi cinque mesi del 2023, quelle che scambiano sopra lo 0,1% dei contratti totali sono solo 128, circa un quinto del totale.
Di queste, le prime 25 hanno un ruolo chiaramente rilevante: si va da Unicredit (8,25%) a Intesa Sanpaolo (5,65%), Stellantis (5,14%), Eni ed Enel (4,43%), Stm (3,89%), a seguire Ferrari, Generali, Saipem, Banco Bpm, Tenaris, Tim, Moncler, Cnh Industrial, FinecoBank, Bper Banca, Leonardo, Mps, Terna, Prysmian, Snam, Mediobanca, Campari, Poste Italiane e Nexi.
Se il Ftse Mib ha regalato grandi soddisfazioni al mercato nei primi sei mesi, non si può dire lo stesso per le mid and small cap, che, come scrive Equita Sim in un report, viaggiano a sconto fino al 40% rispetto alla media degli ultimi 3 anni, del 16% rispetto alla media delle pmi in Europa. E questo è dovuto in buona parte ai deflussi legati ai Pir, gli strumenti di investimento nati nel 2017 con lo scopo di investire nelle società più piccole di Piazza Affari. Strumenti caratterizzati da bonus fiscali in capo a chi investe.
Secondo Luigi De Bellis, co-responsabile Research Team di Equita, «bisogna rivitalizzare il progetto dei Pir che ha avuto un grande successo, promuovere nuovi strumenti di incentivazione per lo strumento e coinvolgere le risorse di assicurazioni, banche, fondazioni, fondi pensioni ed enti previdenziali che hanno in portafoglio asset totali per 200 miliardi di euro, in modo da creare una base solida di investitori istituzionali domestici». Inoltre, aggiunge De Bellis, servono incentivi fiscali per supportare la ricerca azionaria e obbligazionaria. I report sui titoli quotati incentivano l’arrivo di nuovi investitori anche italiani tenendo conto che, riprende l’analista, gli «istituzionali esteri rappresentano oltre il 90% della capitalizzazione del mercato e questo è un elemento di debolezza. Nei prossimi mesi assisteremo a una riduzione del credito bancario, sarà importante avere un canale di finanziamento alternativo per le pmi italiane», conclude l’esperto.
Pensato per incentivare le ipo è il ddl Capitali, accanto alla legge di bilancio 2023 e al dl Fintech, spiega Giulio Centemero, Lega, membro della commissione Bilancio del Senato. «Un tridente che definisce il nuovo quadro legislativo per i mercati del capitale in un’ottica di semplificazione, attrazione di capitali e modernizzazione. Norme come la proroga del bonus ipo, la rideterminazione del valore d’acquisto delle partecipazioni anche per le quotate, la tokenizzazione di azioni e titoli di debito, il voto multiplo e la dematerializzazione delle quote di srl, per citarne alcune, rendono l’Italia una giurisdizione interessante per investitori domestici e internazionali. Una strategia corretta di cui va reso merito al Ministro Giorgetti».
Alla luce dei delisting su Borsa Italiana, riprende Centemero in linea con il parere di De Bellis, «va stimolata la nascita di fondi specializzati italiani, sensibilizzate casse e fondi pensione e focalizzate alcune attività di Cdp anche a seguito della prima operazione in pre ipo effettuata da Invitalia col fondo Cresci al Sud». L’articolo 22 del ddl Capitali amplia le possibili attività del Patrimonio Destinato sul mercato primario, conclude Cerntemero. (riproduzione riservata)