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Con la guerra Israele-Iran il petrolio può arrivare a 100 dollari. Le analisi di Goldman Sachs e Société Générale
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Con la guerra Israele-Iran il petrolio può arrivare a 100 dollari. Le analisi di Goldman Sachs e Société Générale

16 giugno 2025, 16:00 Ultimo aggiornamento: 17 giugno 2025, 11:27

Gli investitori sono rassicurati dal fatto che il flusso del petrolio prosegue senza interruzioni. Société Générale spiega perché i danni alle raffinerie inciderebbero meno sui prezzi. Lo scenario estremo

I prezzi del petrolio stornano in seguito alla fiammata di venerdì 13 giugno e alle dichiarazioni del premier israeliano, Benyamin Netanyahu, il quale ha osservato che «l'Aeronautica militare israeliana domina i cieli di Teheran. Questo cambia completamente la natura della campagna». In visita alla base aerea di Tel Nof con il ministro della Difesa, Israel Katz, Netanyahu ha aggiunto che «siamo sulla strada per raggiungere i nostri due obiettivi: eliminare la minaccia nucleare e quella missilistica».

Il petrolio storna

Così i prezzi del greggio, in rally fino a +13% venerdì 13 giugno per chiudere la giornata con un rialzo del 7%, arretrano: il futures sul Brent flette dell’1,28% a 73,28 dollari al barile e quello sul Wti dell’1,29% a 70,37 dollari al barile. Questi movimenti repentini sono la diretta conseguenza degli attacchi israeliani contro siti nucleari, missilistici e di comando in Iran. Gli Stati Uniti hanno preso le distanze dagli attacchi, dichiarando di non essere coinvolti, ma il presidente, Donald Trump, intende sfruttare gli attacchi israeliani per fare pressione su Teheran affinché accetti un accordo per limitare le proprie ambizioni nucleari. Una svolta significativa nella regione, di gran lunga la più intensa e prolungata rispetto ai brevi scambi avvenuti nell’aprile e ottobre del 2024, commenta Mike Haigh, Head of FIC & Commodity Research di Société Générale.

Danni alle raffinerie incidono meno sui prezzi

Sebbene gli attacchi iniziali israeliani non sembravano aver colpito infrastrutture energetiche iraniane, durante il weekend è stato confermato che Israele ha colpito un impianto di trattamento del gas nel giacimento South Pars, la raffineria di gas Fajr-e-Jam e anche depositi petroliferi vicino a Teheran. «Comunque, finora, non ci sono state interruzioni significative di volumi di petrolio tali da influenzare i benchmark globali, e quindi il premio al rischio riflette solo l’escalation e la possibilità di un'espansione regionale», spiega Haigh che, al momento, non si aspetta interruzioni dell’offerta di petrolio in Medio Oriente, e con il tempo, il premio al rischio geopolitico dovrebbe svanire.

Tuttavia, è necessario essere pronti a reagire agli eventuali impatti di mercato derivanti da possibili danni alle infrastrutture petrolifere iraniane. Queste infrastrutture comprendono nel business upstream: giacimenti di produzione; nel midstream: terminali e oleodotti; nel downstream: raffinerie. «I danni alle raffinerie (downstream) inciderebbero meno sui prezzi globali, poiché l’Iran esporta molto più greggio che prodotti raffinati», precisa Haigh.

La produzione iraniana è relativamente distribuita tra diversi giacimenti, tranne per il gigantesco giacimento South Pars, che produce circa 1 milione di barili al giorno di liquidi, inclusi gas naturale (il secondo più grande è Ahvaz con 0,3 mb/g). Tuttavia, le esportazioni dell’Iran sono altamente concentrate nel terminal di esportazione di Kharg Island (1,8 milioni di barili al giorno di capacità totale), seguito da Assalyeh, con circa 0,4 mb/g.

Ci si aspetta che Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengano una capacità produttiva inutilizzata considerevole, e, considerando le interruzioni precedenti, una riduzione dei flussi iraniani potrebbe essere quasi completamente compensata nel giro di pochi mesi. Va, però, sottolineata l’esistenza di altri rischi: attacchi ad altre infrastrutture regionali al di fuori dell’Iran in caso di escalation. L’Iran potrebbe colpire impianti petroliferi regionali, come fece nel 2019 con l’attacco all’impianto di stabilizzazione del greggio di Abqaiq in Arabia Saudita (7 mb/g). Rischi per le rotte commerciali regionali, come una nuova deviazione del petrolio dal Mar Rosso verso rotte più lunghe intorno al Capo di Buona Speranza.

Lo scenario estremo

Lo scenario estremo è un’interruzione dello Stretto di Hormuz. Alcune  interruzioni sono già avvenute in passato, sebbene i blocchi totali siano rari. Uno stop completo anche solo di una settimana, in uno stretto che rappresenta il passaggio del 20% della fornitura marittima globale di petrolio, avrebbe implicazioni gravi e potrebbe far salire i prezzi fino a 100 dollari al barile o oltre. «Va precisato che si tratterebbe non di un’interruzione della produzione, bensì della logistica, ma con conseguenze molto rilevanti comunque», avverte l’esperto di Société Générale.

In ogni caso, un aumento forte del prezzo del petrolio non è nell’interesse di nessuna delle principali economie consumatrici, soprattutto non degli Stati Uniti. Il prezzo della benzina alla pompa è un barometro politico negli Usa e l’inflazione rappresenta ancora un ostacolo alla riduzione dei tassi d’interesse da parte della Fed. «Cosa accadrà adesso dipende da alcuni attori chiave. Usa, Cina e i produttori del Golfo Persico non vogliono che il conflitto degeneri ulteriormente e trovare un accordo per risolvere le ambizioni nucleari dell’Iran è cruciale per tutti», continua Haigh che, nel frattempo, mantiene una visione ribassista sul mercato petrolifero (basata su fondamentali, non sulla geopolitica). Questo perché l’Opec+ potrebbe aumentare l’offerta e l’incertezza sulle politiche commerciali rimarrà elevata, limitando la crescita della domanda nel breve periodo.

Aumentano le posizioni long degli hedge fund

«Di conseguenza, riteniamo che i prezzi subiranno più pressioni al ribasso che rialziste, se si potesse teoricamente ignorare l’incertezza geopolitica e assumere l’assenza di interruzioni significative», puntualizza l’analista di Société Générale, osservando, infine, che secondo i dati della Cftc, le posizioni long detenute dagli hedge fund sul Brent sono aumentate leggermente: il numero di fondi long è passato da 76 a 82. Viceversa, i fondi con posizioni short sono scesi da 71 a 66. Anche se il numero attuale di fondi con posizioni long è ben al di sotto del massimo annuale (108), in media questi 82 fondi detengono circa 4000 contratti ciascuno, rispetto alla media di 3700 contratti nel momento di picco con 108 fondi long. Tradotto:  anche se ci sono meno fondi con posizioni long, questi sembrano avere maggior convinzione sull’aumento dei prezzi del petrolio.

Goldman Sachs: petrolio a 100 dollari o oltre

In effetti Goldman Sachs non ha escluso la possibilità che i prezzi superino i 90 dollari al barile nel breve termine, incorporando un premio per il rischio geopolitico più elevato nella sua traiettoria dei prezzi per l’estate del 2025, ma «continuiamo a ipotizzare che non ci saranno interruzioni nell’offerta di petrolio in Medio Oriente e la nostra previsione rimane che una forte crescita dell’offerta al di fuori dello shale statunitense ridurrà i prezzi del Brent/Wti a 59/55 dollari nel quarto trimestre del 2025 e a 56/52 dollari nel 2026».

Detto ciò, la banca d’investimento statunitense non ha potuto fare a meno di osservare che i rischi geopolitici sono aumentati in modo rilevante e ha simulato due scenari. Il primo ipotizza che eventuali danni all'infrastruttura di esportazione dell’Iran riducano l’offerta iraniana di 1,75 milioni di barili al giorno per sei mesi, prima di una ripresa graduale.

«Supponendo che la produzione extra dei principali membri dell’Opec+ compensi metà della carenza iraniana, stimiamo che il Brent possa salire fino a poco oltre i 90 dollari al barile, per poi scendere nuovamente intorno ai 60 dollari nel 2026 con il recupero dell’offerta iraniana», ha valutato Goldman Sachs.

E anche se un’interruzione del commercio attraverso lo Stretto di Hormuz, tramite il quale transita quasi un quinto della produzione petrolifera mondiale, appare molto meno probabile, investitori e responsabili politici stanno, comunque, monitorando questo rischio, poiché i produttori principali dell’Opec+ potrebbero non essere in grado di utilizzare la capacità di riserva in uno scenario estremo. «In base alla nostra analisi precedente, stimiamo che i prezzi del petrolio potrebbero superare i 100 dollari al barile in uno scenario estremo di interruzione prolungata», ha previsto Goldman Sachs. (riproduzione riservata)



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