«Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili. La competizione? È per i perdenti». Peter Thiel
Da fondatore di PayPal a mecenate del trumpismo tecno-ottimista: ecco come Peter Thiel ha trasformato la filosofia di René Girard e il mito di Tolkien in una dottrina economica che unisce accelerazione tecnologica, potere privato e morale cristiana, tagliando definitivamente con la Silicon Valley progressista di una volta.
Thiel ha sostenuto finanziariamente JD Vance: nel 2022 ha donato circa 15 milioni di dollari per sponsorizzare la campagna al Senato dell’attuale vice presidente degli Stati Uniti. Vance è un suo ex studente a Yale Law e una delle sue esperienze formative è stata proprio un intervento di Thiel a Yale che Vance ha definito «significativo» per la sua formazione. JD Vance è il giusto avatar di Thiel nell’amministrazione Trump, un sapiente mix di venture capitalist e America profonda, tradizionale e populista.
Nel pantheon della Silicon Valley, Thiel non è un semplice investitore o tecnico: è un filosofo travestito da venture capitalist, un maestro Jedi, se vogliamo usare una definizione oscura alla Star Wars, l’imperatore dell’Impero colpisce ancora.
Cofondatore di PayPal e mentore della cosiddetta PayPal Mafia, Thiel rappresenta la cerniera tra la prima generazione wokie del capitalismo digitale della Silicon Valley, accusata di stagnazione finanziaria e parassitismo, e la nuova ideologia tecno-ottimista e anti ambientalista che domina l’America post pandemica. La sua visione, però, non nasce nei laboratori, bensì nelle biblioteche: formazione filosofica a Stanford, allievo di René Girard (teorico del desiderio mimetico) e lettore vorace di Tolkien, Carl Schmitt e Leo Strauss.
Per Thiel, il mercato è un’arena di rivalità collettiva. La massa imita, compete, consuma e si consuma. Solo chi «esce dal gioco» (il fondatore, l’inventore, il monopolista, il creativo, come un artista-dio, e perché no, sciamano) può redimere l’economia dalla violenza mimetica del capitalismo.
La PayPal Mafia non è stata soltanto un gruppo di ex-startupper di successo, ma un laboratorio di potere: è la tecnodestra, tanto temuta dai wokie quanto stimata dalle banche di investimento: in quel brodo primordiale nacque la convinzione che la fiducia potesse essere sostituita da un codice di fede algoritmica quasi sacrale e paramassonica, la politica dall’algoritmo come preghiera, la moneta dalla rete speculativa, sorretta da una fiducia paragonabile alla fede. Da quel crogiolo, Elon Musk, Max Levchin, Reid Hoffman e Thiel hanno costruito un ecosistema che oggi controlla infrastrutture globali di comunicazione, finanza e intelligenza artificiale.
Nel 2023, Marc Andreessen, ex socio di Thiel, pubblica il Techno-Optimist Manifesto, proclamando la tecnologia come bene morale e l’accelerazione come dovere. Thiel lo interpreta come un’eresia incompleta: dove Andreessen dice «costruite tutto», Thiel risponde così: «Costruite solo se siete degni»; dove il manifesto promette abbondanza, Thiel predica selezione: è un suprematista. È una differenza teologica, non economica: Andreessen parla da ingegnere, Thiel da teologo. La tecnologia non è solo progresso, ma «rivelazione»; non libera tutti, ma solo gli eletti che la comprendono e la accolgono senza essere semplici utenti.
L’influenza girardiana è evidente: la società è un sistema di desideri riflessi, la competizione è il nuovo sacrificio, il luogo dei nuovi servi. Thiel, il fondatore, è l’unico che interrompe il ciclo mimetico. Il monopolio non è peccato, ma salvezza: bisogna essere unici, divini per essere parte di Dio, e per esserlo bisogna conoscere i meccanismi di produzione che sono sacri, occulti spesso, magico-tecnologici o religiosi, qualcosa che accomuna il pensiero di Thiel a padre Pierre Teilhard de Chardin, lo studioso gesuita che per la prima volta ha concepito il concetto di singolarità, in chiave catto-futurista, tutti siamo in Dio, tutti siamo dio se abbiamo sapienza e consapevolezza, Dio è tutto anche la macchina, anche l’uomo, solo se siamo pienamente consapevoli siamo dentro la singolarità non da utenti, ma da coscienza viva.
Thiel non crede nella competizione estrema del capitalismo. Crede nell’innovazione perpetua imposta dall’alto e con ogni mezzo; crede nel battere tutti sul tempo, senza curarsi troppo dei mezzi e dei capitali, pubblici o privati, purché si aprano nuovi mercati, si creino sistemi nuovi e poi si ricominci da capo. Inventare. Cambiare. Riscrivere il codice di tutto, incessantemente, veloce come un fulmine, per rinascere ancora e poi ancora, come il Cristo risorgere ma futurista, demiurgo e mago di un universo saggio perché vitalista.
La sua filosofia è quella di un venture capitalist dallo spirito santo istantaneo, non usa e getta, ma ciclico, consapevole ed elettrico, un artigiano della volontà di potenza: ogni minuto concentrato su ciò che è completamente diverso, completamente nuovo, è un potere enorme. Più Mercurio che Prometeo, Thiel in questa concezione: la vita è velocità, una scarica elettrica, l’unico vero nemico è la staticità.
Thiel fissa l’attenzione sulla natalità come primo mezzo per rinnovare tutto, ossessione trasmessa anche a Musk, che non è solo forza lavoro, ma possibilità di nuova vita, nuove idee, nuove civiltà, nuova intelligenza: avere tanti figli in qualsiasi modo, anche con le tecniche più avanzate, è l’unica salvezza sulla terra. Porta l’Anticristo in giro per tutti gli Stati Uniti, come fosse un fenomeno da baraccone da circo, perché per lui è il demiurgo: ovvero colui che domina la tecnologia in senso conservatore e statico, il grande placido architetto conservatore, lo scienziato pazzo e freneticamente saettante ma incosciente alla sua stessa morale; e allo stesso tempo anche l’AI fuori controllo, persa nel caos della sua pseudo stagnante onnipotenza.
Quando l’innovazione e il caos coincidono, ribollono: niente è eterno, solo il movimento, solo il cambiamento, solo la velocità crea la vera libertà che è grazia per pochi eletti. Le conferenze sull’Anticristo di questa estate lo hanno reso un po’ ridicolo agli occhi di molta gente: sarà l’ennesima operazione di marketing esoterico? Thiel come Dante che manda all’inferno i suoi amici-nemici. L’Anticristo è lui stesso, Greta Thunberg, persino Musk.
In una delle sue visioni più esoteriche, la startup e l’intero mercato diventano una scena de Il Signore degli Anelli. Thiel ha infatti chiamato diverse sue aziende con nomi tolkieniani: Palantir (dal cristallo divinatorio), Mithril (una startup immaginaria ispirata al metallo leggendario), Osiris (richiamo al sovrannaturale, in chiave tolkieniana) e Strider Capital (in onore di Aragorn). Il suo immaginario economico è l’universo di Tolkien.
Tutto ha un che di religioso, quasi cristiano: il capitale è grazia da dare a chi ha fiducia e fede in Dio, nella parte di Dio che è in lui. Thiel, che cita spesso Tolkien, ama definirsi più vicino a Sauron che a Frodo: non vuole distruggere il potere, ma dominarlo; vuole un impero, vuole essere l’imperatore, e solo la tecnologia può salvare la Terra di Mezzo, ovvero l’Occidente, dalla scomparsa; una tecnologia sacra e globale, anzi imperiale, un’enclave neomedievale, stile medioevo italiano.
Il suo appoggio a Donald Trump e alla nuova destra accelerazionista americana non è incoerenza, ma coerenza assoluta: la democrazia è vista come ostacolo alla trascendenza. Il governo ideale, per Thiel, non è popolare né competente, o meglio, ispirato. È un’aristocrazia di sapienti, una sinarchia, in grado di modellare il mondo secondo leggi che il cittadino medio non può comprendere. Proprio come certe regole del nuovo web, che vede città-stato facenti parte di corporazioni, che rispondo a un imperatore ceo assoluto.
Il rischio per l’Europa (e per l’Italia in particolare) è evidente: il paradigma tecno-ottimista di tecnodestra fonde utopia prometeica e morale gnostica. La crescita diventa fede, l’accelerazione l’unico dogma certo. Nel frattempo, il Vecchio Continente resta intrappolato nella retorica della prudenza, oscillando tra il timore di perdere sovranità digitale e la dipendenza strutturale dai capitali americani.
Se la Silicon Valley si è trasformata in una religione della costruzione imperiale, l’Europa rischia di restare la sua diocesi minore: fedele ma marginale, colonia tecnologica, fornitrice di dati e utenti ma non di idee e mezzi di produzione. Non saremmo la mente, ma il prompt, al servizio di qualcosa di oltre l’uomo, per l’uomo, nell’uomo.
Pensandoci bene, l’adozione dell’intelligenza artificiale in azienda non è un colpo di bacchetta magica, possiamo ancora muovere e fare qualcosa di europeo al riguardo. Anche le sceneggiature più semplici richiedono una pazienza da monaco tibetano sulla sponda europea: sostituire operatori umani con chatbot in grado di rispondere alle domande più banali dei clienti può richiedere anni.
Ristrutturare i flussi di lavoro per affidare compiti oggi svolti da persone a entità artificiali è un puzzle da mille pezzi, con il rischio concreto di generare nuove caste aziendali: da un lato l’élite dei coder e degli algoritmi, dall’altro gli umani a fare da comparse nella grande casta più o meno ibrida, più o meno alfabetizzata tecnologicamente, più o meno ibridata carnalmente, fino al primo imperatore, su cui l’Europa può ancora avere influenza o essere semplicemente vassalla. (riproduzione riservata)
*scrittore, artista e responsabile informazione Officine Bellotti a Palermo