L’Italia ha ritenuto di poter fare a meno di una politica nazionale sul tema dell’abitare. Questa scelta, che oggi paghiamo drammaticamente, ha segnato in modo disgraziato gli schieramenti, e fa si che se si evochi la necessità di un Piano Casa. Certo, alcune innovazioni ed eccezioni ci sono in realtà state, ma è indiscutibile il clamoroso errore dimostrato da una classe dirigente che, a ben guardare, ha ritenuto (in perfetta e cieca buona fede) che fosse sufficiente il «mercato», con il suo gioco tra domanda e offerta, a garantire risposte alla differenziata domanda di soluzioni abitative.
Così si è realizzata una condizione ben raffigurata dalle parole impiegate da due degli studiosi più lungimiranti in materia, Bricocoli e Peverini, quando essi ricordano nel saggio Milano per chi? (scritto proprio attorno al tema della città sempre più escludente) che «la crescita dei valori immobiliari residenziali che ha avuto luogo a partire dagli anni Novanta – fenomeno legato a dinamiche globali di finanziarizzazione – ha avuto un particolare impatto se connessa all’andamento dei salari: l’Italia infatti è stata l’unico Paese europeo che negli ultimi trenta anni ha mostrato un valore negativo».
Oggi diventa allora sempre più urgente, di fianco a una robusta politica salariale, determinare una strategia nazionale che vada ben al di là dei micro-provvedimenti addottati dal governo attuale e che si fondi sul bisogno di dar vita a un grande Patto nazionale proprio sulla questione dell’accesso alla casa. Un grande Patto che sappia fare i conti con gli effetti della crisi climatica e quindi con la necessità di limitare al massimo il consumo di suolo, scommettendo su rigenerazione e riqualificazione del tessuto urbano.
Un grande Patto che coinvolga le migliori energie private a partire da un forte protagonismo del «pubblico». Senza nuove regole e risorse pubbliche significative, infatti, non si riuscirà mai più a rispondere a una crescente domanda che attraversa oggi ceti sociali molto differenti tra loro e che fa dire a tanti una cosa molto brutale e semplice: «Non ce la facciamo più».
In quelle poche parole c’è il segno di una sconfitta del Paese, da aggredire anche a partire dalla questione abitativa la quale dovrebbe chiamare in causa una sorta di «scambio» positivo tra le istituzioni e il mondo delle imprese. Lo riassumo a costo di banalizzarlo: da una parte si dovrebbe aiutare il mondo delle imprese a realizzare interventi in campo edilizio adeguati investendo innanzitutto sulla questione del recupero e del riuso e dall’altra si dovrebbero fissare paletti e vincoli che permettano di aumentare il numero di alloggi di edilizia residenziale sociale e pubblica (parlo anche delle case popolari: il grande oggetto rimosso proprio dalle politiche pubbliche) disponibili.
Inoltre bisognerebbe valorizzare molto di più quanto il movimento cooperativo può mettere sin d’ora a disposizione, sia in relazione al comparto della «proprietà indivisa» sia in relazione a quello della «proprietà divisa». Se non si parte da queste necessità di fondo, scommettendo su di un abitare «abbordabile» e accessibile, non si riesce ad articolare una risposta adeguata a un bisogno che il mercato non riuscirà mai più a soddisfare.
In un contesto simile va colta come una novità importante, che fa seguito a pronunciamenti avvenuti nella scorsa legislatura del Parlamento europeo, l’annuncio da parte della presidente Ursula von der Leyen di una nuova strategia dell’Unione sulla Casa (a cui corrisponde peraltro la definizione di una delega ad hoc in seno alla Commissione). Segno che qualcosa si muove perfino a Bruxelles.
Mi auguro che un tema del genere possa essere l’oggetto di un confronto parlamentare italiano adeguato, in una legislatura (quella nazionale) che ha visto dal governo attuale l’attuazione di una serie errori molto significativi, come l’incredibile azzeramento del «fondo sostegno affitti» (uno strumento essenziale, da rilanciare e rifinanziare) o l’assoluta stasi connessa agli «affitti brevi», tema che giustamente i sindaci delle città ad alta tensione abitativa hanno più volte rimarcato come un fronte assolutamente urgente.(riproduzione riservata)
*responsabile nazionale Casa del PD