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Perché Moody’s ha promosso l’Italia: conti in ordine e Pnrr a pieno ritmo
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Perché Moody’s ha promosso l’Italia: conti in ordine e Pnrr a pieno ritmo

28 novembre 2025, 20:30 Ultimo aggiornamento: 02 dicembre 2025, 18:39

Dopo vent’anni di giudizi severi, l’agenzia di rating riconosce al governo Meloni una traiettoria di bilancio più solida, un avanzo primario in crescita e la capacità di mettere a terra il Pnrr meglio di altri. Tra i rischi-Paese la coesione politica, il costo del denaro e anche l’invecchiamento demografico italiano

Per 23 anni l’Italia ha vissuto nell’ombra di un giudizio: quello di Moody’s, l’agenzia che nel maggio 2010, a borse aperte, inaugurò la stagione delle retrocessioni sovrane diventando, nella percezione politica e del mercato, il metronomo più severo della finanza pubblica.

Oggi, paradossalmente, è proprio Moody’s a scattare la fotografia più benevola sul Paese, promuovendo il rating italiano da Baa3 a Baa2 e certificando un track-record coerente di stabilità politica e di policy che non compariva nei suoi report da decenni. Per l’esattezza da maggio 2002, quando il secondo governo di Silvio Berlusconi, grazie a un debito pubblico tornato attorno al 106% del pil, riuscì a incassare un upgrade dell’agenzia.

Perché Moodys’ ha promosso l’Italia?

Questa volta a convincere Moody’s è stata la traiettoria di bilancio italiano, caratterizzata da un avanzo primario che arriva nel 2025 allo 0,9% del pil e punta all’1,9% nel 2028. Una dinamica resa possibile da un deficit che scenderà sotto il 3% già il prossimo anno: tanto ha potuto la disciplina portata avanti dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Rigore nei conti che ha generato «continuità».

La stessa a cui l’agenzia americana riconosce il merito di aver aumentato l’efficacia delle riforme e degli investimenti del Pnrr, con l’Italia in testa tra i Paesi Ue per richieste di pagamento e importi erogati: i fondi disponibili ammontano a 194,4 miliardi di euro, suddivisi in 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti. Un passaggio con cui Moody’s non solo certifica che l’Italia è in testa tra i Paesi europei per richieste di pagamento del Pnrr, ma scrive nero su bianco che si aspetta che Roma utilizzi tutti i miliardi assegnati slegando la crescita del Paese dai fondi europei.

«Ci aspettiamo che il contesto continui anche oltre la scadenza del piano, nell’agosto del 2026, grazie all’impegno del governo per mantenere elevati i livelli di investimento», si legge nel report. Secondo il Documento programmatico di bilancio 2026, infatti, la spesa per investimenti pubblici resterà sopra il 3,5% del pil nel periodo 2026-2028 e e il piano è ritenuto «credibile» dal momento che «lo spazio è stato creato contenendo la spesa corrente e aumentando le entrate».

I rischi residui e i punti di forza

L’agenzia dà così merito al governo di Giorgia Meloni di aver raggiunto un sostanziale «equilibrio» tra punti di forza e rischi residui «del credito dell’Italia». E se tra i fattori al rialzo indica nuove «riforme volte a migliorare l’efficienza del settore pubblico e il contesto per le imprese», tra le incognite osserva che «il debito scenderà solo se la crescita resterà robusta e se gli avanzi primari continueranno ad aumentare».

Un «se» che tiene insieme tutto: il ciclo internazionale, la produttività, la coesione politica, il costo del denaro e anche l’invecchiamento demografico italiano. Il cui impatto negativo potrebbe essere attenuato, «anche se non completamente», da un settore bancario solido, bilanci privati forti e una posizione esterna equilibrata. In tale contesto, l’agenzia di rating si aspetta che l’esecutivo continui il consolidamento fiscale «attraverso misure sia sul lato delle entrate sia su quello della spesa».

La fotografia scattata oggi da Moody’s restituisce un’Italia diversa rispetto a quella di due decenni fa, anche perché il contesto è profondamente differente. Nel 2010 l’agenzia di rating pubblicava il suo primo rapporto annuale e lo intitolava «Fasten your seat belts: tumultuous times ahead» (allacciare le cinture di sicurezza: turbolenza in arrivo, ndr). E sebbene l’Italia sia ancora un Paese con un debito sovrano elevato, che ha di recente superato la soglia psicologica dei 3.000 miliardi, le entrate fiscali sono in aumento, gli investimenti pubblici restano sostenuti e la ritrovata stabilità politica viene percepita come un elemento di forza. (riproduzione riservata)



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