Il confronto tra il Sud globale e l’Occidente collettivo è passato anche attraverso l’elezione alla presidenza della Repubblica argentina di Javier Milei, turbo-capitalista e tifoso della dollarizzazione, sonoramente vittorioso al ballottaggio con Sergio Massa, ministro dell’economia in carica, la cui candidatura era ormai priva di sostegno occidentale già da primi di agosto, quando Massa decise di ripagare in yuan le scadenze per 2,7 miliardi di dollari relative al debito contratto con il Fmi. L’accoglimento della richiesta dell’Argentina di aderire ai Brics, che avrà decorrenza dal 1° gennaio, aveva colmato la misura.
C’è una questione dirimente, che segna da tempo il bivio di fronte a cui si trova l’Argentina: mentre la sua economia è legata principalmente alle esportazioni, innanzitutto verso il Brasile e di recente verso la Cina che è divenuta il secondo partner, le transazioni internazionali e soprattutto il debito estero sono stati storicamente stipulati in dollari a garanzia del valore prestato. Se però ora l’Argentina vende i suoi prodotti agricoli alla Cina incassando yuan, utilizzando l’accordo di currency swap stipulato tra le rispettive Banche centrali, non può illudersi di saldare con questa moneta i debiti che ha contratto in dollari. Vero è che, quando il cambio del dollaro tende a rafforzarsi mentre quello dello yuan a flettere, ed i tassi di interesse in dollari sono più alti di quelli in yuan visto che la politica della Banca del popolo cinese è moderatamente espansiva mentre quella della Fed è stata fin qui fortemente restrittiva, il servizio dei debiti in dollari diventa comparativamente più costoso.
Per Buenos Aires, debito estero ed inflazione interna sono da sempre le due facce della stessa moneta. Per abbattere l’aumento dei prezzi, arrivato al 140% annuo per via della continua immissione di moneta da parte del Banco Centrale, Javier Milei ha prospettato di dollarizzare l’economia argentina, abolendo sia la Banca centrale che il peso: una proposta massimalista rispetto a cui Mauricio Macri, il leader di Pro, una componente politica attualmente all’opposizione che appoggerebbe il governo formato dal nuovo Presidente, sostiene la prospettiva di una doppia circolazione a cambio fisso.
È uno scenario di cartapesta, già visto alla fine degli anni Novanta, quando la crisi del Brasile fece saltare l’accordo di parità di cambio stabilita insieme dal real e dal peso rispetto al dollaro: mentre il real svalutava, l’Argentina non poté farlo a sua volta: il suo indebitamento estero, contratto in dollari, sarebbe diventato insostenibile. Ma il crollo delle esportazioni argentine verso il Brasile, diventate eccessivamente care per la mancata svalutazione del peso, determinò il collasso dell’economia e quindi si arrivò comunque al default dei debiti esteri, sia pubblici che privati, denominati in dollari e in euro.
Le vicende dell’Argentina vanno dunque lette alla luce del conflitto geopolitico in corso e del lento processo di dedollarizzazione che lo accompagna. Le detenzioni di titoli del Tesoro statunitense da parte della Cina si riducono senza sosta: alla fine dello scorso settembre sono arrivate ad appena 778 miliardi di dollari, tornando così ai livelli del marzo 2009, mentre erano state ancora di 901 miliardi nel settembre del 2022 e di 1.270 miliardi nel settembre del 2011. Se i cinesi non rinnovano i Treasury alle scadenze, anche il Giappone si sta mostrando assai poco generoso, visto in quest’ultimo anno anche le sue detenzioni sono diminuite, passando da 1.116 miliardi di dollari a 1.088 miliardi. L’eccezionale aumento dei tassi ha consentito comunque al Tesoro americano di drenare capitali da tutto il resto del mondo: nell’ultimo esercizio, dal 1° ottobre 2022 al 30 settembre, le detenzioni straniere sono passate da 7.251 a 7.605 miliardi di dollari, 354 miliardi in più, che hanno coperto oltre 1/3 del fabbisogno. La posizione finanziaria netta statunitense ha preso perciò a peggiorare: tra il secondo trimestre del 2022 e il secondo trimestre di quest’anno il passivo è passato da 16.660 a 17.998 miliardi di dollari.
Anche l’Arabia Saudita, che come l’Argentina ha visto accolta la sua richiesta di adesione ai Brics, sta affrontando il processo di disintermediazione dal dollaro: Rijhad si è aggiunta a Buenos Aires nella stipula di un accordo di currency swap con Pechino. Per quanto limitato nell’entità pattuita, un ammontare di 50 miliardi di yuan a fronte di 26 miliardi di riyal che corrisponde a 6,9 miliardi di dollari, si prospetta nel tempo un obiettivo di comune interesse: mentre la Cina pagherebbe in yuan le importazioni di petrolio saudita, si renderebbero disponibili altrettanti riyal per investimenti cinesi nel Regno saudita. In questo caso, l’indipendenza energetica raggiunta dagli Usa mediante lo sviluppo dello shale oil ha determinato un allentamento della storica special relationship intrattenuta con Rijhad, che nel 2022 ha venduto petrolio a Pechino per ben 65 miliardi di dollari su un totale di 78 miliardi di esportazioni in Cina, mentre quelle verso gli Usa si sono fermate ad appena 23 miliardi di dollari. Tanto per l’Argentina che per l’Arabia Saudita, le crescenti esportazioni verso la Cina hanno influito sulle scelte valutarie e finanziarie, e dunque sulle loro storiche strette relazioni politiche con gli Stati Uniti.
Il Gruppo dei Paesi Brics+, che in modi di volta in volta diversi è ingaggiato nel confronto con l’Occidente, cerca solidarietà e cooperazione al proprio interno.
La Russia, che si è resa responsabile dell’annessione della Crimea e poi della guerra all’Ucraina, trovandosi a fronteggiare gli sforzi dell’intera Nato, mai così compatta nel sostenere Kiev in quanto pienamente spalleggiata dagli Usa e dall’Unione europea, cerca appoggio politico dalla Cina ed armamenti dall’Iran, mentre nell’ambito dell’Opec+ concorda con l’Arabia Saudita i livelli di produzione del greggio idonei a tenerne alto il prezzo, ben superiore ai 60 dollari al barile che sono stati fissati dal G7 come limite massimo per le importazioni dalla Russia al fine di sanzionarla.
L’Arabia Saudita, a sua volta, insieme all’Egitto ed all’Iran devono moderare ad ogni costo le loro posizioni a sostegno dei Palestinesi, forzando la mano solo sul piano umanitario nei confronti della azione militare che Israele ha in corso a Gaza per stroncare Hamas dopo la sortita terroristica del 7 ottobre. L’Iran stesso, a sua volta grazie ai buoni uffici della Cina, ha ripreso i rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita, mentre l’India, vellicata dall’Occidente come la “Cina del futuro”, si guarda bene dal compromettere nuovamente i suoi rapporti con la Cina rinfocolando i mai risolti contrasti sui confini. La Cina, a sua volta, per un verso risponde alle pesanti limitazioni derivanti dal divieto americano di fornirle microchip di alta tecnologia ponendo l’embargo all’export di terre rare, ma per l’altro sembra aver scelto di risolvere la questione di Taiwan per vie interne, agendo sul piano politico alle elezioni, piuttosto che intervenire militarmente.
Le elezioni sono diventate cruciali, dappertutto.Così come accadde al Brasile, che sotto la Presidenza di Jair Bolsonaro mise sotto naftalina le relazioni con la Cina e i Brics, e che ora sono riprese con vigore dopo la rielezione di Ignazio Lula, la recente vittoria di Javier Milei in Argentina ha segnato un punto a favore dell’Occidente. Ma nel 2024 ci saranno due scadenze cruciali, con l’elezione del Parlamento di Bruxelles che metterà alla prova la tenuta del progetto europeo, e le Presidenziali americane: il bombardamento mediatico necessario per battere la ricandidatura di Donald Trump sarà incessante. Basterà? (riproduzione riservata)