Perché la retrospettiva di Gerhard Richter a Parigi è una mostra-evento imperdibile
La Fondation Louis Vuitton ospita un’immensa rassegna che racconta attraverso 270 opere 60 anni di lavori dell’artista vivente più influente del Novecento
Una retrospettiva monumentale dedicata a Gerhard Richter, considerato uno dei più importanti e influenti artisti viventi del ’900, e che a più di novant’anni (è nato nel 1932 a Dresda) continua a lavorare nel suo atelier di Colonia. Una parabola creativa di cui l’autore indica inizio e fine: dal quadro n.1 Tisch (Tavola) del 1962 alle opere astratte realizzate tra il 2015 e il 2017, anno in cui decide di smettere di dipingere, dedicandosi da allora solo al disegno.

«È molto raro che un artista stimi di aver completato la sua produzione pittorica. Più spesso continua a lavorare fino alla fine. Il suo è un gesto forte», scrivono Dieter Schwarz e Nicolas Serota, curatori dell’immensa rassegna che ripercorre 60 anni della sua produzione. Designati dall’artista, Schwarz e Serota hanno una lunga familiarità col suo lavoro. Rispetto alle precedenti e numerose esposizioni, questa ripercorre in senso cronologico tutti i temi ricorrenti nelle sue opere nel corso degli anni.

Negli spazi della Fondation Louis Vuitton, progettata da Frank Gehry per Bernard Arnault, sono riunite 270 opere che seguono il filo della memoria, tra figurazione e astrazione, vetri, specchi, serie digitali e disegni. Formatosi all’Accademia di Dresda tra il 1951 e il 1956, con un insegnamento improntato alla pittura figurativa, gli basta qualche viaggio tra Parigi, Monaco e a Kassel Documenta, per decidere di lasciare la Repubblica Democratica Tedesca, poco prima del muro di Berlino. Si stabilisce a Düsselford e insegna pittura, poi, a Colonia, dove ancora risiede e lavora.

«Un costruttore d’immagini», come si definisce egli stesso, che nel corso degli anni sperimenta tecniche e materiali. Sala dopo sala, di decennio in decennio, la visita permette di esplorare tutta la sua produzione. Dalle manipolazioni pittoriche sulle fotografie alle riproduzioni iperrealiste, dai paesaggi alle grandi opere di matrice astratta e ai disegni più recenti. Dai colori grigi e dalla monocromia alle esplosioni di colore. Alcuni flash dall’antologia richtiana: i ritratti delle figlie Betty e Ella, i dipinti ispirati a fotografie, realizzati con la caratteristica tecnica della sfocatura, per il padiglione tedesco alla Biennale di Venezia del 1972: un pantheon di 48 intellettuali e scrittori del XX secolo.

Sfocatura che torna, col colore, nella sua Annunciazione secondo Tiziano che si confronta con l’opera originale, esposta alla Scuola Grande di San Rocco, a Venezia. Ripreso da una cartolina del 1973, il soggetto, pur staccandosene, rinnova la tradizione tizianesca e «si dissolve al limite dell’astrazione», sottolinea Suzanne Pagé, direttrice artistica della Fondation Louis Vuitton.

Nel corso della sua ricerca l’artista abbandona per alcuni anni la pittura a favore di opere in vetro e immagini generate in digitale. Riprende a dipingere nel 2014 e si confronta con la storia e il nazismo in Birkenau, una riflessione tratta da quattro rare foto del campo di sterminio, confluita in dipinti astratti. «Un territorio infinito di esperienze, dove il visibile si confronta con l’invisibile, il dialogo intimo con l’universale, dove la memoria lotta contro l’oblio», sintetizza Bernard Arnault. (Riproduzione riservata)
- Quali sono state le principali influenze artistiche che hanno plasmato la carriera di Gerhard Richter?
- In che modo la transizione di Richter dalla pittura al disegno ha influenzato il suo approccio artistico?
- Quali sono i temi ricorrenti che legano le opere di Richter dalla sua prima fase a quelle più recenti?
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