Perché il momento di visitare Petra è adesso
Meno folle, nuove scoperte archeologiche e un Paese che investe su cultura, sostenibilità e leadership femminile: la Giordania è una meta sorprendente
A volte la storia non ha un andamento lineare, ma procede a balzi e singulti. Così quando nel 1276 il sultano mammalucco Baybars attraversò il canyon di arenaria rossa del Siq, non sapeva di chiudere un capitolo di umane vicende, vie commerciali e splendori che sarebbe rimasto sigillato per oltre cinquecento anni. Fino a che uno svizzero tignoso, Jean Louis Burckhardt, lo riaprì in modo rocambolesco nel 1812. Per riuscirci imparò l’arabo, si convertì all’Islam e si fece chiamare Sheikh Ibraim ibn Abdallah: una copertura degna di 007 per arrivare a quella leggendaria città perduta fra i monti della Giordania. Ma non basta.

Per superare la diffidenza della tribù beduina Liyathneh, disse di aver fatto voto di sacrificare una capra nel santuario del profeta Aronne, e che doveva farlo da nessun’altra parte se non lì, vicino a Raqmu, la “variopinta”, citta delle tribù edomite poi conquistate o forse assimilate dai Nabatei. In altre parole Petra.

Ritorniamo ai giorni nostri perché il tempo che ha cristallizzato la vita di Petra oggi è tornato a correre veloce: il momento per vedere Petra è adesso, per diversi motivi. Il primo è legato ai vicini scenari di guerra, che rendono questo luogo e l’intero Paese, pur assolutamente sicuri, ingiustamente disertati dai visitatori. Una disdetta che però concede una pausa dall’overtourism a cui è stato condannato il più famoso sito archeologico di Giordania, sublime contaminazione di architetture assiro-babilonesi, greche, romane che escono dalle montagne come in un morphing primordiale. Un’opportunità unica che non durerà a lungo, si spera: meglio la tirannia del tempo che quella della guerra.

Il secondo motivo è dovuto all’insaziabile curiosità e alla grande pazienza degli archeologi: il monumento più iconico di Petra, al-Khazneh, il Tesoro costruito nel I secolo a.C. dai migliori architetti ellenistici per volere del sovrano Areta IV, sembra oggi intenzionato a svelare alcuni suoi enigmi. Cinque tombe preesistenti sono infatti visibili proprio sotto la facciata del Tesoro, coperte da griglie: contenevano dodici salme con i loro corredi funerari in bronzo, ferro e ceramica. In realtà questa scoperta risale al 2002, grazie all’intuizione di due archeologi giordani, Sami al Nawafleh e Suleiman Farajat. Dato che nel I sec. d.C. la piazza antistante al Tesoro era più bassa di oltre sette metri, il famoso monumento era molto in alto: sotto doveva trovarsi qualcosa e infatti i due archeologi trovarono le tombe.

Causa mancanza di fondi e affollamento turistico dell’area, però, erano visibili solo le tombe sulla sinistra, mentre dal dicembre 2024 si possono vedere tutte. «Questo particolare frangente storico – meno afflusso turistico - ha dato l’opportunità di portare avanti lo studio di al Nawafleh e Farajat, che era fermo da oltre vent'anni, ma che potrebbe dare nuove conferme sulla datazione e vera funzione del Tesoro», spiega Fabio Bourbon, saggista specializzato nella divulgazione della storia delle civiltà del mondo antico, autore di Petra Svelata (ed. Scripta Maneant 2020). «Spero anche che l’attuale scavo identifichi meglio i resti dell’enorme scalinata di marmo che fronteggiava il Tesoro e che copriva in parte le facciate delle preesistenti tombe. Ciò fa supporre che fossero una necropoli reale e che il Tesoro, successivo ma ad esse collegato, potesse essere un mausoleo in onore della prima moglie di Areta IV, ?uld».
Un monumento all’amore, una venatura romantica che ammanta la città di arenaria dalle mille delicate venature della roccia, come quelle della Tomba della Seta sulla spettacolare parete est, con le sue onde morbide e iridescenti dal rosa al blu, dall’ocra all’oro che al crepuscolo si accendono di luce. E soprattutto un ulteriore omaggio della civiltà nabatea al ruolo della donna: «Le donne valevano quanto gli uomini: possedevano beni e li passavano in eredità, si sposavano solo se volevano, avevano ruoli sociali, religiosi e politici. Quando il monarca non c’era regnava la regina. Non poteva essere altrimenti, perché i Nabatei erano mercanti e quando erano assenti le donne mandavano avanti il regno», conclude Bourbon.

Oggi le donne giordane stanno nuovamente riappropriandosi di un ruolo attivo nella società. A conferma del loro empowerment, un albergo diffuso è nato da un progetto gestito da donne in un villaggio, Umm Qais, da cui si vedono le alture israeliane del Golan. Dal 2012 Baraka Destinations, compagnia fondata da Muna Haddad, sviluppa modelli di turismo sostenibile, e Umm Qais è diventato un esempio di accoglienza in comunità. «Utilizzare il viaggio come strumento per influenzare la vita delle persone, avere esperienze diverse come teatro, arte, paesaggi e gastronomia crea momenti unici», spiega Haddad, Business Woman of the Year in Giordania nel 2019. «Scopo del programma è mantenere il 73% del fatturato turistico in ogni villaggio. Qui abbiamo creato 153 posti di lavoro di cui il 67% sono donne e giovani».

Sostenuta economicamente dalla regina Rania di Giordania, caso di studio presso università negli Stati Uniti e nel Regno Unito, Baraka Destinations a Umm Qais ha aperto Beit Al Baraka, la “casa delle benedizioni”, guest house per un soggiorno con vista sulla Riserva Naturale di Yarmouk. E’ gestita dalla giovane Hala Malkawi e offre agli ospiti spettacolari hiking e attività come la raccolta del miele, l’intreccio di oggetti con foglie di banano, le passeggiate con le greggi, la cucina tradizionale. E ovviamente la visita dell’antica Gadara, città termale romana prima, bizantina e ottomana poi, spettacolare sito e luogo di struggente contemplazione della perduta terra di Galilea da parte dei giordani di origine palestinese.

Come Umm Qais, anche Jerash faceva parte della Decapoli, le città mediorientali che a partire da Alessandro Magno furono bastione della cultura greca nel mondo semitico. Greca e romana prima, persiana, araba e circassa poi, Jerash mostra oggi il suo grandioso volto romano. Il foro ellittico, il tempio di Artemide con le colossali colonne corinzie di 12 mt ad incastro che oscillano lievemente al vento, i teatri ancora usati per indimenticabili concerti (classica, pop, jazz) del Festival estivo, la rendono straordinaria. L’estensione e lo stato di conservazione della città, restituita dalla sabbia nell’800 e ancora in molte parti celata, ne fanno uno dei siti archeologici più entusiasmanti dell’intera area mediterranea.

Per visualizzare questa zona oggi abbiamo Google Maps ma un tempo c’era Mabada, lungo la Strada dei Re, denominazione magniloquente di una via ormai secondaria che ha visto mercanti ed eserciti attraversare la Giordania, osservati dai castelli crociati di Karak e Shobak. Città biblica, Mabada conserva infatti una mappa straordinaria su mosaico bizantino del VI secolo d.C., che si ammira nella chiesa di San Giorgio. Riproduce il Vicino Oriente, dal Libano al Nilo e dal Mediterraneo al deserto e doveva aiutare i pellegrini di passaggio a orientarsi. Un gioiello cartografico per non perdere la bussola di un mondo in subbuglio, fatto di confini invalicabili eppure effimeri. Così appaiono se li si guarda da Betania oltre il Giordano, nel luogo in riva al fiume del battesimo di Cristo: da una parte una bandiera giordana e dall’altra una israeliana. In mezzo un rivolo d’acqua a unire o dividere, dipende dal punto di vista. (Riproduzione riservata)
- Quali sono le principali sfide che il turismo sostenibile deve affrontare in Giordania?
- Come l'instabilità regionale influisce sulla percezione di sicurezza dei viaggiatori verso la Giordania?
- Quali altre scoperte archeologiche recenti o future si attendono a Petra, oltre a quelle già menzionate?
Native Content