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Perché il browser ChatGPT Atlas non è un pericolo per Google (e il mercato l’ha capito)
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Perché il browser ChatGPT Atlas non è un pericolo per Google (e il mercato l’ha capito)

di Andrea Pauri
23 ottobre 2025, 17:58 Ultimo aggiornamento: 19:36

Il nuovo browser di OpenAI punta a sfidare Chrome ma si basa sul motore open source Chromium di Google. Tra infrastruttura, distribuzione capillare e capacità di monetizzare l’intelligenza artificiale, il dominio di Mountain View nel web resta intatto 

Martedì 21 OpenAI ha presentato ChatGPT Atlas, il primo browser concepito fin dall’origine per offrire risultati di ricerca generati dall’intelligenza artificiale. Nelle intenzioni della società, l’app dovrebbe sfidare il predominio di Chrome, che oggi gestisce oltre il 70% del traffico web globale. Ma il paradosso è evidente: il nuovo browser poggia su fondamenta costruite da Google stessa. Atlas utilizza infatti Chromium, il progetto open source sviluppato e aggiornato dal gruppo di Mountain View, lo stesso motore su cui si basano anche Microsoft Edge e Opera.

Questo notizia, diffusasi tra gli investitori poche ore dopo il lancio, spiega perché il titolo Alphabet abbia velocemente recuperato il terreno perso all’inizio delle contrattazioni per chiudere sugli stessi livelli di lunedì.

L’ironia è evidente: il presunto Chrome killer dipende tecnicamente da Chrome. E chiunque costruisca su Chromium resta, di fatto, ancorato all’infrastruttura ingegneristica e ai cicli di aggiornamento di Google, che rilascia nuove versioni ogni quattro settimane. In altre parole, la rivalità resta alla superficie perché anche gli avversari dipendono dalla tecnologia di Google.

La supremazia nella distribuzione

Ma il vero vantaggio competitivo di Chrome non è solo tecnologico: è distributivo. Oggi Android, il sistema operativo per smartphone e tablet sviluppato da Google, detiene circa il 75% del mercato mondiale dei dispositivi mobili. E su questi quattro miliardi di dispositivi, Chrome è preinstallato o rappresenta il browser predefinito. Un vantaggio che, per ora, nessun concorrente può replicare, nemmeno con un prodotto innovativo.

A ciò si aggiunge la posizione dominante nel mondo aziendale, grazie alla suite di applicazioni Google Workspace.

Dalla posta elettronica ai documenti condivisi, le aziende che usano gli strumenti del gruppo tendono naturalmente a preferire Chrome, per integrazione e praticità. Anche nell’ecosistema Apple, Google resta una presenza costante perché continua a pagare circa 20 miliardi di dollari l’anno per essere il motore di ricerca predefinito su Safari, aprendo così un canale privilegiato anche verso gli utenti iPhone.

Intelligenza artificiale integrata

Se il nuovo browser di OpenAI punta su un’esperienza di navigazione AI-first, anche Google sta portando l’intelligenza artificiale dentro Chrome. Le AI Overviews, che riassumono automaticamente le ricerche, vengono già utilizzate da oltre due miliardi di utenti al mese. Inoltre, il nuovo AI Mode integra la ricerca potenziata dall’intelligenza artificiale direttamente nel browser, trasformando Chrome in una piattaforma capace di apprendere grazie agli algoritmi per fornire risultati sempre milgliori. 

Allo stesso tempo, il modello IA generativo Gemini, la risposta diretta di Google a ChatGPT, sta guadagnando quote di mercato. E secondo gli ultimi dati, il traffico delle piattaforme di generative AI si sta spostando progressivamente a favore di Gemini, segno che Google non è più un inseguitore, ma un protagonista a pieno titolo nell’era dell’intelligenza artificiale.

E Gemini è anche uno dei modelli utilizzati come motore di ragionamento da MF GPT, il sistema di intelligenza artificiale generativa autonoma che attinge esclusivamente alle news in tempo reale, all'archivio editoriale e ai dati certificati del Gruppo Class Editori.

Il software si basa infatti sui contenuti originali di testate come MF-Milano Finanza, MF Newswires, Class CNBC, Class Tv Moda, Up Tv, MF Fashion, Gentleman, Class, elaborazioni del Centro studi finanziari (MFIU), dati di bilancio, borsa e società provenienti da fonti certificate per proporre analisi dettagliate e rispondere alle specifiche richieste dell’utente.

Più ricavi grazie all’IA

Il nodo più importante, per gli investitori, resta la capacità di monetizzare l’intelligenza artificiale. E su questo fronte Google ha già dato le prime risposte. Nel secondo trimestre, la divisione Search & Other ha registrato ricavi per 54,2 miliardi di dollari, in crescita del 12% su base annua.

Durante la conferenza con gli analisti, la società ha confermato che le nuove funzionalità AI si monetizzano «allo stesso ritmo» della ricerca tradizionale, un risultato che ha dissipato uno dei principali timori del mercato spingendo il titolo verso nuovi massimi storici (+32% da inizio anno).

OpenAI, al contrario, non ha ancora un modello di business chiaro per i suoi prodotti, e la sfida di trasformare un browser in una piattaforma pubblicitaria sostenibile appare tutt’altro che semplice.

In attesa dei conti trimestrali

L’appuntamento chiave per Alphabet è il 29 ottobre, quando la società presenterà i risultati del terzo trimestre. Gli analisti stimano ricavi poco sotto i 100 miliardi di dollari e utili per azione intorno a 2,30 dollari. E anche se i numeri dovessero deludere nel breve periodo, il quadro di fondo resterebbe solido grazie al dominio che l’azienda esercita nell’infrastruttura tecnologica, alla rete di distribuzione e alla capacità di monetizzare il traffico online. (riproduzione riservata)



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