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Perché Draghi è l'uomo giusto per diventare segretario generale della Nato
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Perché Draghi è l'uomo giusto per diventare segretario generale della Nato

di Marco Cecchini
MF - Numero 189 pag. 20 del 27/09/2022

Per il futuro del premier uscente Mario Draghi si parla di un possibile approdo alla Nato il cui vertice scade tra un anno, di presidenza della Commissione Ue o del Consiglio europeo e addirittura di un eventuale ruolo come mediatore di pace nella guerra russo-ucraina.

Sul futuro di Mario Draghi c'è un tam tam che come un fiume carsico si inabissa e riaffiora regolarmente. Negli ultimi giorni, alcune circostanze - il viaggio a New York per ritirare il premio della fondazione Appeal of Conscience come statista dell'anno, il breve incontro con il presidente Joe Biden a margine dell'assemblea dell'Onu, il continuo sostegno dei media internazionali – hanno dato avvio a indiscrezioni e congetture sui possibili prossimi incarichi del premier, indiscrezioni e congetture che il giro di boa delle elezioni è destinato ad alimentare.

Si è parlato di un possibile approdo alla Nato il cui vertice scade tra un anno, di presidenza della Commissione Ue o del Consiglio europeo, addirittura di un eventuale ruolo come mediatore di pace nella guerra russo-ucraina. Sullo sfondo poi si sussurra di tanto in tanto l'ipotesi che per ora appare futuribile di una ascesa al Quirinale, qualora il presidente Sergio Mattarella, nominato a inizio anno da un Parlamento non più in carica decidesse di dimettersi anticipatamente.

Sono tutti scenari con un pizzico di sostanza e, allo stato, una quota non trascurabile di improvvisazione. Anche perché nulla è possibile dedurre dalla condotta e dalle dichiarazioni dell'ex presidente della Bce, se non che come disse nella conferenza stampa di fine anno «se ho bisogno di un lavoro me lo trovo da solo». E infatti non vi è nulla nel comportamento di Draghi che possa anche lontanamente far pensare alla ricerca strumentale di benevolenza da parte di qualche gruppo politico che potrebbe venire utile un domani.

Nell'ultima conferenza stampa ne ha avute per tutti: per la Lega e Forza Italia sulla questione dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin e perfino con quella che poi è stata la vincitrice delle elezioni, Giorgia Meloni, sulla vicenda delle alleanze europee. E questo nonostante sia noto che tra il premier e la leader di FdI esista un buon rapporto. Del resto, fu così anche nel passaggio dalla Banca d'Italia alla Bce. A dispetto di quanto affermano i governanti di allora, Mario Draghi si costruì la candidatura al vertice della Banca capitalizzando il prestigio internazionale guadagnato. In solitudine. Dove andrà dunque Mario Draghi? Si ritirerà nel suo buen retiro di Città della Pieve? Possibile, ma per quanto? Farà come i suoi colleghi banchieri centrali che, finita la carriera, si sono messi a fare i conferenzieri a tempo pieno come Jean-Claude Trichet o i senior fellow di prestigiosi think tank come Ben Bernanke? Difficile.

Ogni speculazione sui futuri destini del premier oggi come oggi è un po' un azzardo; tuttavia, la meno implausibile tra le congetture in circolazione è forse quella che riguarda il vertice della Nato, il cui segretario generale scadrà tra un anno. Sia l'incarico della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sia quello del presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, terminano infatti nel 2024. Inoltre, si tratta di posizioni di rango inferiore a quella di leader della Bce, la più potente istituzione comunitaria, che Draghi ha già ricoperto. Diverso è il discorso per l'Alleanza. Data per morta da Emmanuel Macron, la guerra l'ha resuscitata e le ha dato uno standing di alleanza politica oltre che militare. La guerra ha anche accresciuto il ruolo dell'Europa dentro un'organizzazione che comunque ha negli Stati Uniti l'azionista di maggioranza relativa, il membro cui spetta l'ultima e definitiva parola sulla nomina dei vertici. L'identikit del successore dell'attuale segretario, il norvegese Jens Stoltenberg, non è stato ancora individuato. La gara è aperta. I capi di governo ne hanno cominciato a discutere nella riunione di Madrid lo scorso giugno.

C'è chi vorrebbe al timone un esponente dei Paesi dell'Est per mandare un segnale a Mosca, magari non un esponente dei Paesi baltici per non provocarla. Meglio se donna. E c'è chi insiste sulle caratteristiche della persona come criterio prevalente a prescindere dalla nazionalità, atteso che la candidatura oltretutto non richiede la sponsorizzazione del governo di riferimento.

Da questo punto di vista, il premier che sulla guerra ha tenuto una posizione cristallina ha un curriculum impeccabile. Atlantista ed europeista della prima ora, in ottimi rapporti con Biden e con Macron, è il ponte ideale tra le due sponde dell'Atlantico e potrebbe contribuire ad attenuare la sudditanza del Vecchio Continente al potente alleato. Non vale neppure dire che è un economista, perché anche Stoltenberg lo è. Se le congetture acquisteranno la consistenza delle previsioni lo vedremo nei prossimi mesi. (riproduzione riservata)



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