La scorsa settimana, complici le diverse incertezze a livello globale, si è assistito ad una perfomance dei mercati azionari relativamente limitata. Nonostante una diminuzione generale delle infezioni da Covid-19, paesi come la Germania e il Regno Unito hanno segnalato la necessità di restrizioni più severe, e mentre l'incontro della Bce è stato sostanzialmente in linea con le aspettative, il flusso di notizie sulla Brexit è stato contrastante. Infine, le notizie sul vaccino sono state favorevoli, con il Regno Unito che già ha lanciato il suo programma di vaccinazione e con l'approvazione dell'Eua negli Stati Uniti.
Il rendimento dell'S&P 500 nel quarto trimestre è stato abbastanza forte (+9%), al di sopra della media a lungo termine del 3%. “Dopo il forte rally di novembre, gli investitori si chiedono se un quarto trimestre così positivo possa essere un vento contrario per i rendimenti azionari nel nuovo anno”, evidenziano da Goldman Sachs, “guardando ai dati storici, tuttavia, abbiamo scoperto che nel primo trimestre i ritorni dell’S&P 500 tendono ad essere positivi. Inoltre, una forte performance (nel 75esimo percentile, ndr) nell'ultimo trimestre dell'anno precedente, come sta avvenendo ora, suggerisce un'asimmetria positiva per l’anno successivo”.
Nonostante la forte ripresa del sentiment e il netto posizionamento verso asset rischiosi potrebbero rallentare i rendimenti a breve termine, “è improbabile che ciò si traduca in un rischio elevato e duraturo, e le nostre prospettive per il 2021, anche dal punto di vista macroeconomico, sono sostanzialmente favorevoli. Ci aspettiamo un calo della volatilità, e rimaniamo pro-rischio nella nostra asset allocation, sovrappesando il segmento equity, sottopesando le obbligazioni e focalizzandoci sulle esposizioni pro-cicliche all'interno delle attività, considerando eventuali battute d'arresto come un'opportunità per aggiungere del rischio ai portafogli”, evidenziano da Goldman Sachs.
Focalizzandosi maggiormente sul prossimo anno, Goldman Sachs ritiene che le dinamiche di ripresa potrebbero emergere anche più rapidamente del previsto. “Il rame e il ferro hanno già registrato una forte ripresa, e i prezzi del petrolio hanno raggiunto i massimi post-crisi, e le nostre previsioni sulle materie prime, in particolare sul petrolio e sul rame, prevedono ancora notevoli rialzi, con le stime sul Brent a 12 mesi pari a 63 dollari al barile e a 9,50 dollari per il rame”.
Tuttavia, “sebbene la nostra visione ottimistica della crescita ci dia una netta preferenza per una sovraperformance ciclica e delle materie prime, il recente rally ha anche visto molte attività sensibili ai tassi sottoperformare rispetto all'effettivo movimento dei rendimenti. L'oro è l'esempio più ovvio, con i prezzi ancora quasi 90 dollari sotto al livello in cui il loro rapporto recente con i rendimenti reali degli Stati Uniti li collocherebbe”, evidenziano gli analisti, secondo cui questo tipo di movimento al ribasso sarebbe normalmente coerente con una forte tendenza al rialzo dei tassi.
“Eppure”, proseguono gli strategist, “i rendimenti reali degli Stati Uniti a 5 anni hanno toccato nuovi bassi la scorsa settimana, anche i tassi reali a 10 anni sono diminuiti bruscamente. La pressione nelle aree sensibili ai tassi riflette chiaramente, almeno in parte, il forte posizionamento precedente e la forte rotazione verso attività cicliche più tradizionali. È anche possibile che queste aree stiano segnalando che i mercati dei tassi stessi siano a sottocosto per la ripresa futura, ma se i tassi non si dovessero muovere al rialzo, pensiamo che questi beni possano avere un po' di spazio per recuperare”, evidenziano gli analisti del gruppo, che sottolineano come “il mantenimento di una certa esposizione a tali aree, accanto a esposizioni cicliche, potrebbe avere senso, almeno fino a quando questo divario non si sarà colmato”.
Per ciò che riguarda l’inflazione, è chiaro che si tratti di un processo lento, che tende a ritardare il ciclo economico. “Tuttavia, data la natura insolita di questa recessione e la ripresa indotta dal vaccino, le pressioni sui prezzi, almeno in alcuni settori, potrebbero emergere prima di quanto avrebbero fatto in passato. Gli aumenti dei prezzi delle materie prime e la debolezza del dollaro possono influenzare i prezzi futuri dell'inflazione”, evidenziano gli analisti del gruppo.
Infine, secondo Goldman Sachs, il dollaro rimane sopravvalutato, e la politica della Fed, che dovrebbe mantenere bassi i tassi d'interesse nominali e reali a breve termine per un certo numero di anni, unita ad un'economia globale in ripresa, tenderanno ad indebolire la domanda di attività denominate in dollari”. (riproduzione riservata)