La retromarcia del governo sulla riforma delle pensioni, consumatasi in queste ore, ha riaperto il confronto sulla sostenibilità del sistema previdenziale e sul difficile equilibrio tra consenso elettorale e riforme strutturali.
Intervistata da Class Cnbc, Elsa Fornero - già ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali e autrice della riforma previdenziale varata dal governo Monti - spiega perché su un tema che incide sulle scelte di vita di milioni di cittadini sia indispensabile chiarezza e trasparenza. E perché, soprattutto quando si parla di pensioni e di giovani, non ci sono elezioni che tengano.
Domanda. Professoressa Fornero, che segnale arriva da una proposta di riforma modificata e poi cancellata?
Risposta. Intanto aggrava l’incertezza e, poiché di incertezza ce n’è già troppa sul piano internazionale, non ce n’era proprio bisogno, soprattutto su un tema così delicato come quello pensionistico. Se il governo voleva restringere le possibilità di pensionamento anticipato, perché di questo si tratta, bisognava preparare meglio il terreno e farlo in modo più aperto e trasparente. I cittadini meritano di essere trattati da adulti. Ricordo anche che, diversamente dalle condizioni in cui si trovava il governo Monti, oggi - fortunatamente - l’Italia non è sotto la minaccia di una crisi finanziaria.
D. Ancora una volta la previdenza sembra ostaggio del consenso elettorale: è impossibile fare riforme strutturali sulle pensioni?
R. Si tratta di un tema alquanto complesso dal punto di vista del contenuto ed è perciò naturale che ci siano contrasti e anche scarsa coerenza tra ciò che si promette e ciò che si può realizzare. E la comunicazione è alquanto difficile. Il punto è che sono coinvolte anche le generazioni giovani e future che hanno poca, o nessuna, voce in capitolo. C’è bisogno di trasparenza, anche nei dati, di comprensione - e perciò di educazione previdenziale di base - e di corretta informazione. Occorre aumentare la consapevolezza di cosa siano una pensione e un sistema pensionistico pubblico. Per esempio, ricordando che è soltanto attraverso più lavoro e meglio retribuito che si possono finanziare le pensioni a un numero di anziani in forte crescita.
D. I giovani però continuano a pagare il prezzo di queste continue correzioni…
R. Sono gli occupati che pagano contributi per finanziare le pensioni e noi avremo in futuro un numero sempre maggiore di pensionati rispetto al numero di persone in età di lavoro. Bisogna quindi agire sul numero di occupati (per esempio alzando fortemente il tasso di occupazione femminile, tra i più bassi in Europa), sulle retribuzioni, che devono stabilmente salire, mentre sono sostanzialmente ferme da circa 25 anni, e anche sugli immigrati regolari (e, come tali, contribuenti al sistema previdenziale). Il Paese ne ha bisogno per crescere ma anche per dare solidità a un sistema previdenziale che rischia, altrimenti, il collasso. Il nocciolo è che i lavoratori in regola sono soltanto il 63% della forza lavoro e le loro retribuzioni sono basse. Inoltre, non si riesce a dare maggiore stabilità ai rapporti di lavoro. Questo costringe spesso i giovani ad andare all’estero. In questo quadro è difficile sostenere un sistema pensionistico in grado di dare sicurezza economica nell’età anziana.
R. Queste misure erano un errore. È stato un bene averle ritirate ad eccezione del provvedimento sul silenzio-assenso per il trasferimento del Tfr. Quello che il governo deve invece, secondo me, fare è mantenere l’indicizzazione dell’età pensionabile alle aspettative di vita: se si vive di più è normale anche lavorare di più, ovviamente se si è in buona salute, per non rischiare di avere una pensione insufficiente più avanti negli anni. Su questo il governo ha assunto un atteggiamento ambiguo, rinviando l’indicizzazione nel tempo e mantenendola soltanto in modo parziale, ossia limitando a un mese quello che avrebbe dovuto essere un aumento di tre mesi a partire dal 2027.
D. Alla luce di quanto accaduto, la riforma Fornero era più valida di quanto si sia voluto raccontare?
R. La riforma del nostro governo, non mi piace personalizzare in quanto è stata una riforma approvata con una stragrande maggioranza dal Parlamento, era più lungimirante e cercava di rispondere al venire meno del supporto demografico alla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico. I cambiamenti demografici avvengono nel tempo lungo ma sono inesorabili, come quelli delle rocce carsiche. La riforma ha dato immediata attuazione, per tutte le anzianità future al metodo contributivo di calcolo della pensione, che è l’unico in grado di mantenere la sostenibilità finanziaria, cioè l’equità tra generazioni, eliminare i privilegi e al tempo stesso consentire quella solidarietà intra-generazionale che è sempre dovuta in un sistema pubblico.
D. Se fosse ancora ministra oggi cosa farebbe?
R. Se fossi ministra oggi, ma è una situazione che preferisco non considerare neppure in via teorica, cercherei, all’interno del sistema previdenziale, di completare la parte che riguarda la solidarietà, cercando nel sistema fiscale - e non nei contributi che gravano sul costo del lavoro - le risorse necessarie per coprire i vuoti contributivi di chi perde il lavoro o deve assentarsi per curare familiari bisognosi di sostegno, o per altri eventi negativi che temporaneamente limitino la capacità di lavoro di una persona in età attiva. Ma soprattutto cercherei di fare in modo che tutti, uomini e donne in età attiva, abbiano un’occupazione e una retribuzione degni di questo nome. C’è molto da fare, in questo ambito, ed è una sfida che dovrebbe interessare sia la maggioranza sia l’opposizione. Entrambe dovrebbero guardare al di là delle prossime elezioni. (riproduzione riservata)