Da fuori è cioccolato, dentro una sorpresa amara, «più cara di quanto la ricordavamo». Nell’uovo di Pasqua c’è tutta la storia dell’inflazione pasquale che «non è stata un’illusione da futures, ma un rincaro reale, misurabile, e soprattutto percepito». Una storia di rincari, crisi globali e carrelli della spesa più leggeri che oggi si traduce in un numero secco: +33% dal 2021, quasi il doppio dell’indice generale dei prezzi al consumo (+18%).
La dinamica emerge chiara dall’Indice Uova di Pasqua al consumo di eToro, basato su sei voci ben precise: latte, burro, uova, zucchero, cioccolato e cacao. Un balzo che è, come detto, quasi il doppio dell’inflazione generale (+18%) e che fa dell’uovo una dolce icona dell’impennata dei prezzi. A contribuire all’impennata è stato il burro, il primo ad esplodere, salendo di oltre il +60% già nel 2022; lo zucchero, che ha rincarato in modo violento tra fine 2022 e metà 2023; uova e latte hanno avuto un’inflazione costante, più lunga che ripida; il cioccolato, paradossalmente, è rimasto più stabile, mentre il cacao in polvere ha segnato una curva crescente a ondate.
Tutti questi elementi sono stati raccolti in un altro indicatore semiserio ma molto concreto: l’Easter Commodity Index, un paniere costruito da eToro, per raccontare quanto sia cambiato, dal 2021 ad oggi, il costo di produrre un semplice uovo di cioccolato e costituito da cinque materie prime: cacao, zucchero, latte, alluminio, pasta di legno. Il verdetto? Una corsa in salita che ha trasformato la Pasqua in una lezione accelerata di economia.
«Nel marzo 2022, l’indice ha toccato il suo massimo a 157, con una crescita del +57%. Ma non è stato un rialzo corale. È stato il trionfo del cacao, che da solo ha messo a segno un impressionante +131%, sostenuto da tensioni nei raccolti in Africa occidentale, speculazione e incertezze climatiche», spiega Gabriel Debach, market analyst di eToro, sottolineando che «lo zucchero ha seguito a ruota (+78%), spinto dalla scarsità e dai rincari energetici. Anche l’alluminio, componente chiave del packaging, è arrivato a +92%, riflettendo le difficoltà della catena industriale. E poi c’erano il latte (+51%) e la pasta di legno (+26%), più stabili ma comunque influenzati dal boom dei beni confezionati».
Per i consumatori, questo significava una cosa sola: uova di Pasqua che sembravano uscite da una gioielleria. Poi è arrivata la discesa.
«Oggi l’indice si è ridimensionato a 106: un calo del -33% dai massimi. Il cacao è sceso del -49%, l’alluminio del -41%, il wood pulp del -38%. Anche latte e zucchero hanno corretto significativamente, rispettivamente -32% e -35%. L’intero paniere si è sgonfiato, riportando un po’ d’aria nei margini delle imprese e nei carrelli dei consumatori», aggiunge Debach.
Ma rispetto al 2021 le uova restano ancora più care: il cacao è a +18%, lo zucchero a +15%, l’alluminio a +14%. Solo la pasta di legno è tornata sotto i livelli pre-crisi.
Ecco perché «non possiamo parlare di normalizzazione vera. Possiamo parlare di raffreddamento selettivo. Il boom del cacao ha acceso la miccia, ma l’inflazione pasquale è stata un fenomeno molto più ampio e tutt'altro che archiviato», spiega l’analista.
Morale? Il cacao è stato il catalizzatore, ma non è stato l’unico protagonista. Il rally dell’indice pasquale è stato alimentato da un mix di shock sull’intera filiera: agroalimentare, packaging, energia e industria leggera.
Il vero errore? «Pensare che fossero aumenti temporanei, o circoscritti. La realtà è che l’inflazione pasquale è stata una miniatura della grande inflazione globale: sincronizzata, multilivello, difficile da smontare. Anche oggi, con i prezzi rientrati, il carico di fondo resta: un uovo costa meno del suo massimo… ma ancora più di quanto costava all’inizio». Ed è un po’ meno dolce da comprare. (riproduzione riservata)