Il 22 e il 23 marzo gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum relativo alla riforma della giustizia del governo Meloni. Milano Finanza ha chiesto al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di spiegare ai lettori come funziona l’impalcatura giuridica di un testo che ruota attorno alla separazione delle carriere e alla revisione del Consiglio superiore della magistratura (Csm), temi che stanno già facendo molto discutere perché, per coloro che sono contrari, si inciderebbe nei rapporti tra potere esecutivo e potere giudiziario. «Non c’è nessuna intenzione di mettere sotto il governo l’azione dei magistrati», risponde al telefono Nordio.
Risposta. Perché un breve excursus culturale del passato è utile per comprendere gli orientamenti del presente. Il processo penale romano era molto più liberale del nostro: l’accusatore e il giudice erano separatissimi. Con il medioevo e successivamente con l’Inquisizione i due ruoli si sono integrati, e lo stesso ha fatto Mussolini con il codice Rocco, durato fino al 1989, quando Giuliano Vassalli, un eroe della Resistenza, ha introdotto il codice accusatorio, tipico del diritto romano. E la separazione delle carriere, com’era duemila anni fa, ne è una conseguenza logica.
R. La riforma, oltre a separare le carriere, e quindi a evitare che l’accusatore appartenga alla stessa famiglia del giudice, mira a due obiettivi. Evitare che il Csm sia governato da consolidati centri di potere, come sono oggi le correnti, che condizionano la vita professionale del magistrato. E poi a creare una Corte disciplinare svincolata anch’essa dalle correnti e dalle loro baratterie sotterranee, che hanno provocato una sostanziale impunità dei magistrati che sbagliano. Un difetto che è stato denunciato persino da giornalisti che si battono vigorosamente contro la riforma.
R. Assolutamente no, l’articolo 104 è chiarissimo nel mantenere la magistratura requirente e giudicante indipendente da ogni forma di potere. In realtà il magistrato oggi è dipendentissimo proprio dalle correnti interne.
R. In Italia l’iscrizione a un sindacato è mediamente del 40%, forse meno. In magistratura è del 97%, una percentuale sovietica, l’Anm (l’Associazione nazionale magistrati, ndr) dice che è una manifestazione di consenso.
R. Non è una manifestazione di consenso, è la consapevolezza che se non hai un padrino nella corrente non fai carriera, o comunque sarai sempre scavalcato da altri raccomandati.
R. Proprio attraverso l’articolo 104 della riforma, che non solo garantisce l’assoluta indipendenza della magistratura, ma aumenta quella del pm, che oggi, a norma dell’articolo 107 della Costituzione, sembra non godere dello status del giudice. E trovo scorretto, per non dire oltraggioso, che i vertici del sindacato dei magistrati proclamino il contrario.
R. In realtà hanno letto benissimo il testo della riforma, ma sono terrorizzati dall’idea di perdere il potere che hanno gestito da 40 anni a questa parte, e che ha indotto lo stesso Vassalli a dire che la nostra democrazia è a sovranità limitata: limitata dalle pressioni di una parte della magistratura militante.
R. Spero proprio di sì. Faremo un’attività divulgativa pacata ma chiara e razionale, senza i toni apocalittici e persino grotteschi di chi dice che ci stiamo avviando verso la dittatura. È una trappola infantile, nella quale i cittadini non cadranno.
R. Nel discorso alle Camere sui risultati annuali della giustizia abbiamo fornito numeri chiari. Parto dalla riduzione dell’arretrato civile: presso i tribunali ordinari, la riduzione dell’arretrato civile 2019 ha raggiunto il 95,8%; presso le corti d’Appello, il 99,4%. Inoltre, la riduzione dell’arretrato civile 2022, obiettivo in scadenza a giugno 2026, ha già raggiunto l’85,2% presso i tribunali ordinari e l’85,4% presso le corti d’Appello, dato già prossimo al target prestabilito. Questi dati, certificati al novembre 2025 e monitorati costantemente, testimoniano la capacità del sistema di rispondere alle sfide poste dalla Commissione Europea e di rispettare i target intermedi e finali previsti dal Pnrr.
R. Per quanto riguarda questo aspetto, nel settore civile il disposition time, calcolato al primo semestre 2025, si è ridotto del 27,8% rispetto al 2019; nel settore penale la riduzione è stata del 37,8%. Questi risultati superano in alcuni casi i target fissati dal Piano, confermando l’efficacia delle riforme processuali e degli investimenti in capitale umano. Naturalmente resta molto da fare, ma i primi risultati già si vedono. E di questo ringraziamo i magistrati, che hanno lavorato con estremo vigore.
R. La maggiore efficienza, e quindi la rapidità del processo, sarà attuata con le altre norme di cui ho parlato ora, in conformità agli accordi europei e al Pnrr. Ma anche questa riforma vi inciderà.
R. Oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenza a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Csm dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti. Con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti.
R. Sin dal primo momento ho detto due cose. La prima, che questo referendum non deve avere un significato politico, pro o contro il governo. Comunque vada, la legislatura andrà avanti fino alla sua scadenza fisiologica. La seconda, che auspico una discussione pacata e razionale, senza le esaltazioni isteriche di chi paventa una catastrofe autoritaria.
R. Purtroppo, ai nostri argomenti razionali vengono opposti slogan stucchevoli, addirittura processi alle intenzioni come quella, appunto, di voler mettere persino i giudici sotto il controllo del potere esecutivo.
R. La difficile situazione carceraria è il risultato di decenni di trascuratezza del problema, che, purtroppo, non è molto sentito e quindi non incide sul consenso elettorale. Se spendi centinaia di milioni per un carcere moderno e civile, che peraltro nessuno vuole dietro la propria casa, molti lamentano che quei soldi non siano stati destinati a scuole o ospedali.
R. Noi abbiamo investito, e investiamo, molto sul miglioramento degli edifici, e sulla normativa che consentirà una deflazione del sovraffollamento. Non pensiamo a liberazioni lineari, che costituirebbero una resa dello Stato, ma piuttosto a luoghi di esecuzione pena diversi dal carcere, ad esempio le comunità per i tossicodipendenti. E infine una modifica della carcerazione preventiva. Oggi quasi il 20% dei detenuti è in attesa di una sentenza definitiva, e una buona parte alla fine viene assolta. Una valanga di dolore, e anche di dissipazione di risorse, che vedremo di evitare dopo il referendum.
R. Il Sistema Usa è molto diverso. I pm sono generalmente elettivi e quindi non rispondono al potere esecutivo ma al popolo. I giudici statali sono in genere nominati dai governatori ma in realtà non giudicano nulla, perché il verdetto di colpevolezza o innocenza è devoluto alla giuria popolare. Quanto alla polizia, quella federale risponde a un’autorità, quella statale a un’altra, e quella locale a un’altra ancora. Quindi è impossibile far paragoni con la nostra.
R. Quanto all’immigrazione, credo che tutti gli Stati dovrebbero adottare un omogeneo principio di buon senso: o si fa parte di una Unione, come quella europea, allora l’ingresso è libero. Oppure si può entrare solo con un permesso, che segua criteri ragionevoli. Ma chi entra illegalmente, salvi i doveri di protezione internazionale, dev’essere espulso, cioè effettivamente rimandato e riportato a casa. Faccio presente che questi principi avevano ispirato una legge della sinistra, la Turco-Napolitano di quasi trent’anni fa, che però non è mai stata concretamente applicata. Ora cerchiamo di farlo. (riproduzione riservata)