Mentre le criptovalute sono al centro delle attenzioni e si affronta il complesso progetto dell’euro digitale ricompare l’oro, nel lontano tempo perno del Gold standard e del successivo Gold bullion standard, sistemi monetari fondati su tale metallo o su banconote in esso convertibili.
Discendevano dagli accordi di Bretton Woods che avevano tentato di costruire un sistema monetario internazionale, con particolare riferimento ai cambi, ancora fondato sull’oro. E ciò fino al 15 agosto del 1971 quando gli Usa sospesero la convertibilità del biglietto verde in oro fino allora attestato sul rapporto un’oncia-35 dollari.
Oggi, però, il metallo giallo torna d’attualità per un segnale dato dalle principali banche centrali che hanno cominciato a comprare il metallo stesso e per il seguito che ne è derivato con una corsa degli investitori al bene rifugio. A un certo punto, la quotazione dell’oro ha superato i 4 mila dollari, poi è discesa ma non in maniera consistente per successivamente ritornare sopra 4 mila, quindi di nuovo scendere lievemente: oscillazioni che hanno indotto alcuni a cominciare a temere il rischio di una bolla, che almeno in questa fase sembrerebbe ora scongiurato.
Al fondo di questo revival del biglietto verde ci sono la pesante incertezza che grava sull’economia globale, le gravi difficoltà geopolitiche, le guerre in atto, le misure protezionistiche e la frammentazione, da ultimo, i dazi americani. Più in particolare, concorrono i dubbi sull’inflazione e sul livello del debito pubblico negli Usa.
Si potrebbe dire che l’oro finisce con l’avere metaforicamente anche la funzione del canarino dentro la miniera con l’allarme che esso anticipa per la maggiore sensibilità al monossido di carbonio. Segnala altresì la necessità di ritornare, pur nel difficile contesto internazionale sopra indicato, sulla regolamentazione dei rapporti globali a oltre ottant’anni da Bretton Woods e in presenza dei riflessi positivi, ma anche di quelli negativi della globalizzazione che ora sta avviandosi lungo la strada della deglobalizzazione.
Di tanto in tanto qualcuno sollecita le banche centrali, in particolare Bankitalia, a vendere parte delle riserve auree. Queste ultime però, pur non avendo più il ruolo di un tempo, sono destinate a contribuire alla stabilità della moneta, anche sotto il profilo dell’immagine della saldezza finanziaria. Banca d’Italia ha sempre rifiutato - in particolare con il governatorato di Antonio Fazio, quando crescevano le sollecitazioni a vendere, e dei suoi successori - di privarsi di parte delle riserve auree: le plusvalenze realizzate, che pur si è tentato di tassare, hanno dato loro pienamente ragione.
L’oro è però tornato al centro dell’attenzione non solo per le relazioni in internazionali e le banche centrali, ma anche per le decisioni progettate in Italia, in occasione dell’esame in corso della legge di bilancio. L’idea è di rastrellare risorse, a quanto sembra dai privati, per una tassazione agevolata delle plusvalenze: un’operazione tecnicamente complessa, a cui è difficile porre i confini se si vogliono evitare differenziazioni con profili di illegittimità. Senza contare che può suggerire che, nel reperire entrate, il governo stia toccando il fondo del barile, dopo aver introdotto una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, la tassazione delle banche e l’imposizione sugli affitti brevi, nonché dei dividendi delle partecipate. Senza spingersi nel frattempo ancor di più sul contrasto all’evasione.
Difficile dire a proposito della misura in questione se il gioco valga la candela. Sarebbe auspicabile concentrarsi sui rilievi mossi alla manovra da autorità neutre - Banca d’Italia, Istat, Ufficio parlamentare del bilancio - intendendo le osservazioni come parte di un confronto dialettico salutare per la democrazia, addirittura quale atto di ostilità. Si legge in alcune cronache di presunti contrasti tra Palazzo Koch e governo, del tutto inesistenti. Chiamata come da tradizione a fornire un’opinione sulla proposta di legge di bilancio, Banca d’Italia ha sottolineato luci e ombre della manovra, in un rapporto di distinzione, non di separatezza, volto a raggiungere le stesse finalità d’interesse generale anche se per vie e con mezzi che possono essere diversi.
In ogni caso, come detto, l’oro di cui Virgilio contestava l’esecranda brama e che Keynes riteneva, se applicato ai sistemi monetari, una barbaric relic, ora, per diverse ragioni in cui si unisce l’insicurezza nel futuro al tentativo di sfruttarne la crescita di valore, è tornato alla ribalta. Sarebbe un motivo valido per una nuova Bretton Woods tante volte finora invano auspicata. Ma i tempi non appaiono purtroppo propizi, se resta il mercantilismo Usa. (riproduzione riservata)