Il prezzo dell’oro sale ma è destinato a chiudere la settimana in calo, mentre il dollaro raggiunge il livello più alto da quasi un mese e gli investitori attendono il dato chiave per la Fed sull’indice Pce che misura l'aumento medio dei prezzi per i consumi personali interni. I trader hanno leggermente ridotto le scommesse su un taglio dei tassi a giugno, secondo il FedWatch Tool del CME. Gli asset come l’oro tendono a performare meglio in contesti di tassi di interesse bassi. Il prezzo spot del metallo giallo cresce dell’1% a 5.035,89 dollari l’oncia, ma si avvia verso un calo settimanale dello 0,5%.
Molti investitori continuano a cercare opportunità di acquisto quando i prezzi scendono, afferma Brian Lan, managing director di GoldSilver Central. «Le banche centrali continueranno a considerare l’oro un’asset class da detenere, mentre persistono i rischi geopolitici tra Stati Uniti e Iran», aggiunge Lan. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avvertito l’Iran che deve raggiungere un accordo sul proprio programma nucleare, altrimenti «succederanno cose molto brutte» e ha fissato un termine di 10-15 giorni. In risposta, Teheran ha minacciato ritorsioni contro le basi statunitensi nella regione in caso di attacco.
Per Goldman Sachs il recente rallentamento negli acquisti di oro da parte delle banche centrali, a causa dell’aumento della volatilità dei prezzi, sarà molto probabilmente temporaneo. La banca di investimento americana ha previsto che la traiettoria dei prezzi nel medio termine resta rialzista, anche se con una volatilità elevata. Intanto, però, la domanda di oro in India è rimasta contenuta questa settimana e altri importanti mercati asiatici, tra cui la Cina, sono chiusi per le festività del Capodanno Lunare.
Il 2025 è stato un anno eccezionale per i prezzi dell’oro, saliti del 65% in dollari Usa. Si è trattato del miglior anno dal 1979. «Il paragone con il 1979 non è casuale: anche allora il contesto geopolitico era estremamente instabile (rivoluzione islamica in Iran, guerra Iran-Iraq, invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss). Ma il 2025 è stato molto diverso, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca il contesto mondiale è cambiato e anche il mercato dell’oro è cambiato», sottolinea a milanofinanza.it Arnaud du Plessis, portfolio manager di CPRAM (Gruppo Amundi).
«Aleggiano molte più incertezze, prima di tutto la guerra in Ucraina, poi i dazi statunitensi. Inoltre, ci sono interrogativi sull’indipendenza della Federal Reserve, sulle mire degli Stati Uniti verso la Groenlandia e su un eventuale intervento militare degli Usa in Iran. Senza contare», continua du Plessis, «le molte incognite finanziarie legate al livello molto elevato di debito pubblico dei Paesi occidentali. In un contesto simile, l’oro ha confermato il proprio ruolo di bene rifugio, rappresenta una copertura contro tutti questi rischi».
Se si guarda al prezzo medio dell’oro, lo scorso anno è stato intorno a 3.445 dollari l’oncia, ma ha chiuso il 2025 a 4.300 dollari. Nel 2026 il mercato si aspetta, ad oggi, un prezzo medio intorno ai 4.500 dollari. «Un elemento molto importante nella performance dell’oro è il ruolo delle banche centrali, in particolare delle banche centrali dei Paesi emergenti. Infatti, dal 2022 abbiamo osservato un’accelerazione significativa degli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali: in media 1.000 tonnellate circa tra il 2022 e il 2024. Un po’ meno nel 2025: 860 tonnellate, comunque molto di più rispetto al decennio precedente, quando la media era intorno a 500 tonnellate», osserva du Plessis. In pratica, gli acquisti delle banche centrali sono raddoppiati dal 2022.
Il motivo? Sicuramente le molte incertezze riguardo al debito dei Paesi occidentali. Le banche centrali detengono molte riserve valutarie e sono ancora molto esposte al dollaro Usa, spiega il portfolio manager di CPRAM. Se il biglietto verde dovesse indebolirsi a causa dei problemi di fiducia legati all’eccesso di debito, le banche centrali potrebbero perdere molto valore nelle loro riserve in valuta estera.
Per questo hanno deciso di ridurre l’esposizione al dollaro Usa a favore dell’oro che oggi rappresenta il 20% delle riserve valutarie delle banche centrali dei Paesi emergenti, rispetto a meno del 10% di dieci anni fa. Quindi l’esposizione all’oro è raddoppiata negli ultimi dieci anni. E per la prima volta da molto tempo, il peso del metallo giallo è superiore al peso dei titoli di Stato americani nelle riserve di molte banche centrali dei Paesi emergenti.
Per quanto riguarda, invece, gli investitori finanziari, finanziari, l’esposizione all’oro fisico e agli Etf è diminuita parecchio tra il 2022 e il 2024. «In quel periodo abbiamo osservato un forte aumento dei tassi di interesse reali negli Stati Uniti, da circa -1% fino a +2% alla fine del 2023. Di solito esiste una correlazione inversa tra i tassi reali Usa e il prezzo dell’oro: quando i tassi reali salgono, l’oro scende. Tuttavia, tra il 2022 e il 2024 non si è visto un calo dell’oro perché le banche centrali stavano acquistando quantità significative di oro in quel periodo», spiega l’esperto.
«Solo da metà 2024 gli investitori finanziari sono tornati sul mercato dell’oro, contribuendo insieme alle banche centrali alla forte accelerazione del prezzo. E dall’anno scorso, da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, si è assistito a un’ulteriore impennata fino al massimo storico a 5.595 dollari a inizio 2026. La volatilità è aumentata, il che è normale dopo una corsa spettacolare. A cui è seguita una correzione molto violenta».

Mentre nel 2025 l’oro è salito del 65%, i titoli minerari di oltre il 150%. Dall’inizio del 2026 i titoli minerari sono saliti di oltre il 20% contro il + 17% dell’oro. Se si prende come base settembre 2011 (precedente massimo storico del settore), si nota che ci sono voluti 14 anni perché il settore tornasse su quei livelli. Dieci giorni fa i titoli minerari erano il 75% sopra il livello del 2011, mentre l’oro era oltre il 150% sopra.
«Questo significa che, in termini relativi, i titoli minerari hanno sottoperformato l’oro per molti anni», osserva l’esperto. «Dal 2022 fino all’inizio del 2024 abbiamo osservato una fase molto difficile, e solo dall’inizio del 2025 c’è stato un recupero. La ragione principale è l’inflazione. Dopo il Covid-19, l’inflazione è tornata a livello globale e l’industria aurifera è stata colpita dall’aumento dei costi. Nel 2020 il costo per produrre un’oncia d’oro era pari a 1. Oggi è pari a 1.550 dollari. Nel 2020 il prezzo medio dell’oro era di 1.750 dollari l’oncia, quindi il margine era di 750 dollari. Nel 2025 il prezzo medio era di 3.500 dollari e il costo di 1.500 dollari, quindi il margine è salito a 2.000 dollari. La redditività è quindi migliorata in modo significativo e l’aumento del prezzo dell’oro ha più che compensato l’incremento dei costi. Il mercato si aspetta per il 2026 un prezzo medio ancora più alto rispetto al 2025».
Dunque, anche se i costi dovessero continuare ad aumentare, i margini dell’industria mineraria dovrebbero continuare a migliorare. Dal 2015 gli utili attesi sono aumentati di oltre 20 volte. Dal 2015 a oggi i titoli minerari sono saliti di circa 10 volte. Quindi la crescita degli utili è stata più forte rispetto alla crescita dei prezzi delle azioni. In termini di valutazione (rapporto tra il prezzo e il net present value), «oggi siamo sotto 1x, mentre nel 2015 eravamo intorno a 3,5x. Quindi, nonostante il forte rialzo del 2025, le valutazioni restano basse su base storica».
L’oro non comporta rischio di credito né rischio sovrano: non si può «stampare» oro come si stampa moneta. Detto questo, per quanto riguarda il prezzo futuro del metallo prezioso, «è molto difficile dare un livello preciso, perché dipende da molti fattori: tassi reali, dollaro Usa, incertezze geopolitiche. Se i tassi reali restano relativamente bassi e il dollaro resta debole, questo è positivo per l’oro. Lo stesso Trump preferisce un dollaro debole per sostenere l’economia americana. Di solito c’è una correlazione inversa tra dollaro e oro: quando il dollaro sale, l’oro scende; quando il dollaro scende, l’oro sale. Comunque, finché l’incertezza geopolitica resterà elevata, il supporto per l’oro rimarrà. Personalmente sarei sorpreso di vedere un crollo molto significativo e duraturo dell’oro, a meno di un cambiamento drastico nel contesto macroeconomico o politico», prevede du Plessis.
Per quanto riguarda, infine, la Cina è oggi il primo produttore mondiale di oro, seguita da Russia, Australia, Canada e Stati Uniti. Pechino trattiene gran parte della produzione per il mercato interno e acquista anche sul mercato internazionale. Ufficialmente l’oro rappresenta il 7% delle riserve valutarie cinesi contro il 20% di molte altre economie emergenti. «È probabile che la Cina aumenti la quota di oro nelle sue riserve nei prossimi anni. Attualmente nessun Paese ha classificato ufficialmente l’oro come materia prima critica e strategica, a differenza di altri metalli come il platino o l’argento. In alcuni Paesi africani», conclude du Plessis, «l’oro può, però, avere un’importanza strategica significativa e va considerato che mettere in produzione una miniera richiede molti anni, per esempio dalla scoperta alla produzione possono passare fino a 15 anni. Le procedure di autorizzazione sono sempre più lunghe e complesse, per ragioni ambientali e sociali». (riproduzione riservata)