In tre dei principali Paesi industrializzati - Stati Uniti, Regno Unito e Giappone - le riserve auree ufficiali «risultano formalmente di proprietà dello Stato e non delle rispettive banche centrali, cui spetta solo il compito di gestire i lingotti d'oro delle rispettive Nazioni».
Questo emerge dall’analisi comparata realizzata dal Centro studi di Unimpresa, che mostra modelli differenti da quello italiano ed europeo, dove l’oro è contabilizzato nei bilanci delle banche centrali. Evidenze che fanno particolarmente rumore dopo la seconda bocciatura della Bce dell’emendamento alla manovra a prima firma di Lucio Malan, capogruppo di FdI in Senato, che dispone (in senso interpretativo) che «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia appartengono al Popolo Italiano».
Entrando nello specifico dei singoli stati, negli Usa «la disciplina è definita dal Gold Reserve Act del 1934, che trasferì l'intero stock d'oro al Dipartimento del Tesoro». Le riserve federali, che oggi sono oltre 8.000 tonnellate, sono registrate come «U.S. Treasury-owned gol», mentre la Federal Reserve, compresa la Fed di New York che custodisce lingotti anche per Stati esteri, non ne è proprietaria né può disporne. Alla banca centrale spetta «esclusivamente la custodia tecnica e la gestione operativa su mandato del Tesoro, senza alcun potere decisionale sulla vendita o l'utilizzo delle riserve».
Schema analogo nel Regno Unito, dove le riserve auree appartengono a HM Treasury e non alla Bank of England: «La banca centrale britannica, che possiede solo due lingotti per ragioni storiche, svolge una funzione di deposito sicuro e di amministrazione tecnica dell'oro, senza alcun diritto di proprietà. Le decisioni su eventuali operazioni di vendita o riallocazione spettano unicamente al governo, come avvenuto tra il 1999 e il 2002 con la nota campagna di dismissione voluta dal Tesoro».
E allo stesso modo in Giappone «la titolarità delle riserve auree ufficiali fa capo al Ministero delle Finanze, che le contabilizza nello ‘Special Account for Foreign Exchange Funds’. La Bank of Japan può detenere oro a fini tecnici nei propri attivi, ma l'oro che costituisce la riserva sovrana è un asset statale e le operazioni ufficiali sono decise dal governo. La banca centrale agisce come agente esecutivo, non come proprietaria».
In tutti e tre i casi «la proprietà statale delle riserve è accompagnata da norme che preservano l'indipendenza della banca centrale, mantenendo una separazione netta tra la titolarità dell'oro e le decisioni di politica monetaria», spiega il Centro studi di Unimpresa.
Insomma ciò che emerge dal confronto internazionale è che «la proprietà dell'oro può essere del Tesoro o della banca centrale, e che entrambe le soluzioni sono compatibili con un sistema avanzato e credibile». A fare la differenza però, evidenzia Unimpresa, «non è la formula giuridica, ma la profondità del sistema di garanzie, l'indipendenza effettiva della banca centrale e la distanza istituzionale che separa le riserve monetarie dalla disponibilità diretta del potere politico».
Ecco perché riguardo all’attuale frizione tra Bce e parlamento italiano sull'emendamento relativo alle riserve auree di Bankitalia, la domanda cruciale non è tanto «a chi appartiene formalmente l'oro, quanto chi può prendere decisioni operative su quell'oro e con quali vincoli». È questo il punto su cui la Bce interviene con decisione: qualsiasi modifica legislativa che, anche implicitamente, sembrasse avvicinare l'oro di Bankitalia alla disponibilità diretta del governo italiano rischierebbe di essere letta come un vulnus al principio cardine dell'indipendenza delle banche centrali sancito dai Trattati europei. (riproduzione riservata)