Per verificare se vi sono ancora convenienze nel percorrere la strada della rideterminazione del valore, occorre ricordare che, grazie al pagamento dell'imposta sostitutiva, il valore del terreno può essere preso a base per il calcolo del reddito diverso prodotto dalla vendita. Semplificando: se si ha in carico un terreno al valore di 100 euro e lo si vende a 1.000, la differenza di 900 euro diviene reddito diverso su cui assolvere l'Irpef. Innalzando il valore iniziale a 1.000 con il pagamento dell'8% nessun reddito verrebbe a prodursi in caso di vendita a tale importo.
Ma vi è anche da ricordare che il valore rideterminato forma base per il pagamento delle imposte di registro e ipocatastali. Se ad esempio nel passato si era rideterminato il valore di un terreno a 1.000 euro con il pagamento di un'imposta sostituiva del 4% (40) e oggi (come spesso capita) in sede di vendita il prezzo viene ridotto a 600 euro, le imposte di registro e ipocastali sono sempre dovute sul valore di 1.000 euro. Ecco che allora la nuova rideterminazione offre un'opportunità: rideterminando il valore a 600 si deve pagare la sostitutiva dell'8% pari a 48 da cui però si scomputa l'imposta precedentemente assolta pari a 40. In sostanza si pagano unicamente 8 euro, ma in questo modo in sede di vendita l'imposta di registro e le ipo catastali potranno essere assolte sul valore di 600 e non di 1.000.
La possibilità, in ipotesi di un secondo accesso alla rideterminazione, di scomputare quanto versato in sede di primo accesso è stato prevista in modo esplicito dal decreto legge n. 70 del 2011. Ecco che allora, nonostante negli ultimi tempi più che a un incremento dei valori di mercato dei terreni si sia assistito al fenomeno esattamente opposto, e nonostante il raddoppio dell'imposta sostitutiva, la rideterminazione dei valori è oggi un'opzione meno conveniente che nel passato, ma che in alcuni casi potrebbe comportare dei vantaggi ai contribuenti. (riproduzione riservata)