L’Italia ha rischiato di arrivare alla vigilia della possibile ripartenza del nucleare senza nemmeno un piano aggiornato per smantellare i vecchi impianti. Ora il piano c’è e ha fatto emergere costi non considerati dalla vecchia gestione. Gian Luca Artizzu, ad di Sogin da agosto 2023, ha ricalcolato in 11,38 miliardi di euro, dai precedenti 8 miliardi, le risorse necessarie fino al 2052. Ma non è il solo tema sul tavolo: dopo l’approvazione in consiglio dei ministri della legge delega sul nucleare, Sogin si candida ad affiancare il governo nel ritorno dei reattori.
Domanda, Partiamo dal piano, come è stato ricalcolato il costo complessivo?
Risposta. Il piano a vita intera che abbiamo appena presentato abbraccia tutte le attività previste per il mantenimento in sicurezza e lo smantellamento delle quattro ex centrali nucleari e dei cinque impianti legati al ciclo del combustibile.
Per redigerlo, oltre a considerare l’inflazione e l’aumento dei costi delle materie prime, abbiamo rimesso ordine nella pianificazione e incluso nei calcoli anche la spesa da sostenere per stoccare i rifiuti in attesa del deposito nazionale. Nel piano precedente c’erano evidenti discrasie che abbiamo fatto emergere. Ora l’impegno complessivo dal 1999 al 2052 è di 11,38 miliardi, di cui oltre cinque già spesi. Un dato: il piano precedente prevedeva oltre 280 lavoratori in meno in Sogin a fine 2025, cosa irrealizzabile perché non consentirebbe di rispettare le prescrizioni di sicurezza. Un’operazione serietà che prima non era stata fatta.
D. Cambiano anche i tempi?
R. Sì. Oggi si prevedono dieci anni in più per l’entrata in servizio del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi fissata al 2039. Un iter su cui il ministro Pichetto Fratin ha fatto un lavoro molto serio che incardina il processo in un timing realistico.
D. Ma ha senso parlare di nuovo nucleare senza il deposito?
R. Gli impianti in produzione generano una minima quantità di rifiuti. Quindi sì, si potranno realizzare reattori anche in assenza del deposito. Ma non si può pensare di farne a meno per la quantità di rifiuti che quotidianamente vengono prodotti da altre fonti, come la medicina nucleare.
D. Politicamente la cornice è fatta per un ritorno del nucleare. Come commenta la legge delega?
R. La legge delega contiene molti elementi interessanti, a partire dall’apertura a più tecnologie, da quelle nuovissime a quelle già in uso. Promettente è anche la possibilità di procedere attraverso accordi bilaterali per snellire gli iter autorizzativi. Sono 40 anni che in Italia non si autorizza una centrale nucleare, per farlo ora serve un livello di competenza e di assunzione di responsabilità che non si può raggiungere in breve. Servirebbero almeno 10 anni. Standardizzare le procedure consentirebbe di potersi avvalere di altre autorità internazionali, a partire da quelle europee, e accelerare i tempi. Lo si è già fatto in altri settori, come l’aviazione.
D. Sogin è pronta per questa nuova fase?
R. Sì. Il decommissioning è l’ultimo atto, ma contiene buona parte delle procedure per la gestione di un impianto nucleare. Sogin ha mantenuto un alto livello nella manutenzione e soprattutto nella conduzione di impianti che, seppure non debbano produrre, sono comunque in funzione. Quando una centrale viene spenta, il combustibile rimane attivo e la gestione di fatto è molto simile. Lo smantellamento richiede enorme competenza e precisione, che mettiamo al servizio del Paese. (riproduzione riservata)