La presidenza della Consob, quando Paolo Savona lascerà, sembra già destinata a Federico Freni. A meno di sorprese, ovviamente. Deputato e sottosegretario leghista all’Economia, Freni è stato riconfermato dal governo di Giorgia Meloni nel medesimo incarico che ricopriva nel precedente esecutivo di Mario Draghi. Lì era arrivato per prendere il posto riservato alla Lega di Matteo Salvini nel ministero di via XX Settembre dopo che l’attuale vicesegretario del Carroccio, Claudio Durigon, si era dovuto dimettere in seguito alle polemiche innescate dalla sua proposta di re-intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito.
Ma il problema non è solo la sua appartenenza a un partito, in questo caso della maggioranza, né la sua competenza. Il fatto è che Freni è un membro del governo in carica e per di più al ministero dell’Economia, dove con la delega in materia finanziaria si è occupato del Testo Unico della Finanza. Il che farebbe sulla carta venire meno il concetto di indipendenza che dovrebbe rappresentare la stella polare della Consob.
Per comprendere l’importanza di questo concetto, patrimonio fondativo di tutte le autorità «indipendenti», basta considerare le interferenze che la politica e i governi di turno possono esercitare sui mercati condizionandone l’andamento. Il caso più recente è l’aperto sostegno assicurato dal governo Meloni alla scalata a Mediobanca da parte di Mps assieme ad alcuni azionisti amici.
C’è da dire che l’ingerenza della politica in Consob era già emersa anni fa. Nel 2011 l’ultimo governo di Silvio Berlusconi aveva nominato presidente della Commissione che vigila sui mercati Giuseppe Vegas, sottosegretario all’Economia in carica nonché parlamentare di Forza Italia.Il quale prima di assumere la carica per la quale era stato già designato votò anche in Parlamento la fiducia al governo che l’aveva nominato. Poi c’è stato il caso di Savona, che ha avuto l’incarico di presidente della Consob dal primo esecutivo di Giuseppe Conte mentre era ministro degli Affari Europei del medesimo governo.
Ma la Consob non è un caso isolato di intromissione della politica nelle nomine delle autorità indipendenti. È sufficiente scorrere la lista dei commissari che si sono alternati da quando, mezzo secolo fa, la Commissione è nata per vigilare i mercati finanziari. Consob a parte, la stagione delle autorità indipendenti si inaugura nel 1990 con la creazione del Garante degli scioperi e dell’Antitrust. Subito si pone il problema dell’indipendenza dalla politica e per prima cosa si provvede quindi a definire il perimetro delle figure idonee per gli incarichi, limitandolo al mondo accademico e professionale. Ma la garanzia principale doveva essere il meccanismo di nomina e per questo si affidò il compito ai presidenti delle Camere a garanzia di imparzialità, tenendo presente una regola non scritta ma sempre rispettata. Era infatti l’epoca in cui le presidenze di Montecitorio e Palazzo Madama venivano ripartite fra maggioranza e opposizione e le nomine nelle authority andavano decise di comune accordo.
Nel 1990 nessuno poteva però immaginare che quella regola non scritta del galateo istituzionale venisse infranta quattro anni dopo, con il debutto di Berlusconi, e poi confermata con tutte le legislature successive. Da allora chi vince le elezioni si prende entrambe le presidenze delle Camere. Di conseguenza le nomine nelle autorità di competenza della seconda e terza carica dello Stato sono sempre espressione della maggioranza. Nel 2011, giusto dopo la Consob, alla presidenza dell’Antitrust e del Garante degli scioperi arrivano rispettivamente Giovanni Pitruzzella, avvocato siciliano vicino al presidente del Senato Renato Schifani (Forza Italia), e Roberto Alesse, braccio destro del presidente della Camera Gianfranco Fini, tecnico che il governo Meloni ha indicato al vertice delle Dogane. E di volta in volta politici ed ex politici sono entrati nei collegi delle authority. Nel 1997 un posto all’Antitrust viene assegnato a Giorgio Bernini, ex ministro del primo governo Berlusconi e padre dell’attuale ministra dell’Università Anna Maria Bernini, Forza Italia. Poi è la volta dell’ex sindaco di centrodestra di Bologna Giorgio Guazzaloca, sconfitto per il secondo mandato alle comunali da Sergio Cofferati.
Dalla presunta Seconda Repubblica alle altre numerose authority fatte nascere dal Parlamento sono stati applicati criteri di nomina diversi, senza però riuscire a evitare i condizionamenti dei partiti e dimenticando l’intuizione iniziale di assegnare l’incarico di nomina ai vertici bipartisan del Parlamento. Per l’Agcom, l’Autorità per le Comunicazioni, è stata scelta la strada della spartizione pura e semplice, per legge. Il Garante della privacy dovrebbe essere scelto dai rappresentanti eletti dalle Camere, con il risultato di certificare la spartizione con metodi diversi. In quell’organismo si sono succeduti nel tempo: l’ex deputato dei Verdi Mauro Paissan; l’ex missino e nazional-alleato Gaetano Rasi; l’ex presidente della Regione Calabria non ricandidato, Giuseppe Chiaravalloti, di Forza Italia; l’ex parlamentare della Margherita Antonello Soro e come sua vice la magistrata Augusta Iannini. Fino a oggi, quando alla Privacy è stato nominato l’ex parlamentare Agostino Ghiglia, prima missino e quindi di Fratelli d’Italia, inserito in un collegio freddamente spartito, con un presidente considerato in quota Pd, che ha messo nel mirino la trasmissione Report considerata una spina nel fianco dal governo Meloni.
Per non parlare del Garante degli scioperi, conquistato nel 2023 dai presidenti del Senato Ignazio La Russa e della Camera Lorenzo Fontana, senza nulla concedere all’opposizione. Nel quale compaiono un altro ex missino come Peppino Mariano, legatissimo al sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, nonché l’ex consigliere del leghista Fontana, Luca Tozzi. Authority che ha decretato l’illegittimità di uno sciopero indetto dalla Cgil il 3 ottobre scorso, a quanto pare anch’esso al pari di Report inviso al governo.
E ora si aspettano le nomine dei vertici dell’Arera, autorità già ampiamente lottizzata e scarsamente incisiva per la tutela degli utenti in materia di tariffe, per cui si ipotizza l’aumento del collegio da cinque a sette membri.
Il quadro dell’invasione della politica nelle autorità non risparmia neppure l’Anticorruzione. Dove si è proceduto a un’altra accurata spartizione al tempo del secondo governo di Giuseppe Conte, quello con il Pd al posto della Lega.
Il sistema delle authority è nato con alcuni importanti principi di fondo: tutelare i diritti degli utenti dei servizi pubblici e difendere cittadini e imprese dai soprusi dei grandi poteri economici e dei monopoli e dalle manovre degli speculatori. In sostanza dovevano vigilare affinché, fatte le grandi privatizzazioni, non si passasse da un monopolio statale a uno privato. Ma quei principi sembrano lontani e dimenticati. Tanto che forse converrebbe chiudere la stagione dell’ipocrisia mandando in pensione tutte le authority e affidando le rispettive funzioni ai ministeri. Come del resto era una volta.
Ma il fine rimane certamente valido, dunque occorre metterci mano profondamente. Della riforma delle autorità si parla a sproposito da oltre un quarto di secolo, anche se da un pezzo il tema è uscito dai radar. Ciò che andrebbe fatto tuttavia non sarebbe così complicato per riportare queste strutture alle loro funzioni originarie. Bisogna innanzitutto stabilire criteri di nomina uguali per tutte, con paletti ben più precisi riguardo a competenze ed esperienze pregresse, escludendo magari i passaggi diretti dal governo alle autorità. Per impedire la pratica della sistemazione dei politici rimasti senza poltrona sarebbe efficace introdurre per membri del governo, parlamentari, consiglieri regionali e sindaci un periodo di incompatibilità almeno biennale. Nonché prevedere il divieto di assumere incarichi di vertice in più di un’authority. Per le designazioni dei componenti si può ipotizzare un meccanismo simile a quello per la nomina dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che prevede una selezione rigorosa su rose di candidati con curriculum appropriato. In questo caso sarebbe opportuna l’introduzione del dibattito pubblico, in cui i portatori d’interessi e i cittadini, anche attraverso le loro associazioni, verrebbero chiamati a esprimersi con pareri anche vincolanti.
Andrebbero di sicuro rafforzati i poteri di determinate authority incaricate a regolare i rapporti fra la collettività e i grandi gruppi che erogano servizi pubblici, a cominciare dall’energia e passando per i trasporti. Infine sarebbero opportune regole inflessibili sulla selezione del personale per evitare favoritismi.
Servirebbe soprattutto la volontà di farla, una riforma vera. Ci sarà mai con l’attuale classe dirigente? (riproduzione riservata)