La maggior parte delle borse asiatiche è salita e si avvia a registrare forti guadagni mensili, sostenuta dalle speranze di accordi commerciali con il presidente statunitense, Donald Trump. Il Nikkei giapponese è stato il migliore della giornata con l’indice balzato vicino ai massimi di un anno in scia all’andamento positivo di Wall Street di venerdì. I principali indici azionari statunitensi hanno registrato guadagni settimanali venerdì 27 giugno, con S&P 500 e Nasdaq che hanno chiuso la seduta su livelli record. I future statunitensi salgono dello 0,54% nel caso del Dow Jones e dello 0,36% nel caso dell’S&P500.
Il Nikkei è salito dell’1% a 40.547 punti, raggiungendo il livello più alto da metà luglio, sostenuto dalle azioni tecnologiche ed è sulla buona strada per registrare un aumento dell’8% a giugno, segnando il terzo mese consecutivo di crescita, spinto da uno yen più debole. L’indice più ampio Topix ha guadagnato l’1%.
Questo anche se il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ipotizzato di mantenere i dazi del 25% sulle auto giapponesi nel caso non venga raggiunto un accordo commerciale, mentre proseguono i colloqui tra le due nazioni. «Noi non vendiamo auto al Giappone. Loro non vogliono le nostre auto, giusto? Eppure noi accogliamo milioni e milioni delle loro auto negli Stati Uniti. Non è giusto», ha detto Trump in un’intervista trasmessa domenica 29 giugno su Fox News.
«Ora abbiamo il petrolio. Potrebbero comprare molto petrolio. Potrebbero prendere molte altre cose», ha aggiunto, riferendosi ai modi in cui il Giappone potrebbe ridurre il disavanzo commerciale con gli Usa. Dichiarazioni che dimostrano come le due nazioni siano ancora lontane da un accordo e sottolineano il rischio che Trump decida di mantenere i dazi del 25% sulle auto giapponesi.
L’intervista è stata trasmessa dopo un altro round di colloqui tra il principale negoziatore commerciale giapponese, Ryosei Akazawa, e il Segretario al Commercio Usa,Howard Lutnick. A quanto parte hanno avuto discussioni fruttuose e hanno concordato di continuare a cercare un accordo vantaggioso per entrambi i Paesi. I colloqui bilaterali proseguiranno questa settimana.
Nel 2024 l’avanzo commerciale del Giappone con gli Stati Uniti è stato di 8,6 trilioni di yen (59,3 miliardi di dollari). Circa l’82% di tale disavanzo è dovuto al surplus giapponese nel settore automobilistico e dei componenti. Le statistiche statunitensi mostrano che il deficit con il Giappone è il settimo più rilevante tra i partner commerciali di Washington. Akazawa ha ripetutamente dichiarato che i dazi statunitensi sulle auto sono inaccettabili, affermando che l’industria automobilistica giapponese ha dato un enorme contributo all’economia americana con investimenti superiori a 60 miliardi di dollari e la creazione di 2,3 milioni di posti di lavoro negli States. Il Giappone ha insistito affinché i dazi sulle auto e su altri beni rientrino nei colloqui sulle tariffe generali, che dovrebbero aumentare il 9 luglio. La data non è importante per Tokyo che punta a risolvere tutte le dispute commerciali con un pacchetto che comprenda anche le tariffe settoriali.
I dazi del 25% su auto e componenti sono già in vigore, insieme a una tariffa del 50% su acciaio e alluminio. Le tariffe generali, attualmente al 10%, saliranno al 24% se non si troverà un accordo in tempo. Senza una svolta nei negoziati, l’economia giapponese potrebbe cadere in recessione tecnica, dopo il calo del pil nel primo trimestre del 2025.
A peggiorare il quadro la produzione industriale del Giappone è aumentata meno di quanto previsto a maggio, mancando le stime degli economisti, a causa dei dazi statunitensi. Più in dettaglio, la produzione industriale è aumentata dello 0,5% rispetto al mese precedente. Gli economisti avevano previsto un aumento del 3,5%. La produzione è scesa dell'1,8% rispetto a un anno prima, mancando le aspettative di un aumento dell'1,6%. Anche le previsioni per i prossimi mesi sono deboli con i produttori che hanno previsto un aumento della produzione mensile dello 0,3% a giugno e un calo dello 0,7% a luglio.
«Non ci sono segnali di grandi shock, ma le previsioni di indicano una graduale pressione al ribasso sulla produzione», afferma Hideo Kumano, economista dell'Istituto Dai-Ichi Life Research. La produzione di automobili, che deve affrontare i dazi del 25% sulle spedizioni verso gli Stati Uniti, è aumentata del 2,5%. I veicoli per il trasporto sono stati il maggior freno con un calo del 16,3%, invece la produzione di acciaio e metalli non ferrosi è aumentata dell'1,9% prima, però, che Trump raddoppiasse i dazio sull'acciaio e sull'alluminio al 50% all'inizio di giugno.
Altrove i mercati non hanno mostrato una direzione chiara, ma restano su una traiettoria positiva per il mese di giugno, sostenuti dalla speranza di raggiungere accordi commerciali con Trump prima della scadenza dei dazi fissata per il 9 luglio. Già la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo commerciale con la Cina, formalizzando i termini discussi nei colloqui di Ginevra del mese precedente.
Pechino ha, comunque, avvertito che adotterà «ferme contromisure per proteggere i suoi diritti e interessi legittimi» nel caso in cui qualsiasi Paese finisca per stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti a sue spese, «in cambio della cosiddetta riduzione dei dazi». Il ministero del Commercio cinese, nel fine settimana, ha espresso la sua ferma opposizione verso pratiche simili.
Intanto l’attività manifatturiera è migliorata in Cina per il secondo mese consecutivo, pur rimanendo in contrazione, mentre gli scambi commerciali sono rimbalzati dopo la tregua nella guerra dei dazi con gli Stati Uniti, anche se la debole domanda interna continua a pesare sull’economia. L’indice ufficiale Pmi del settore manifatturiero è risultato pari a 49,7 a giugno, rispetto al 49,5 del mese precedente, superando leggermente la stima degli economisti. Un valore sotto 50 indica una contrazione.
Anche l’indice dell’attività non manifatturiera, che comprende edilizia e servizi, è salito a 50,5 da 50,3 del mese scorso e contro una previsione di 50,3. Lo yuan offshore ha esteso i suoi guadagni dopo la pubblicazione di questi dati macro, rafforzandosi dello 0,2% a 7,1626 per dollaro. I futures sui titoli di Stato trentennali cinesi sono scesi fino allo 0,6%, il calo maggiore in un mese, poiché i trader hanno ridotto le scommesse su ulteriori allentamenti monetari.
La solidità della manifattura cinese per il resto dell’anno rimane incerta a causa della volatilità delle esportazioni, con un accordo commerciale più duraturo ancora lontano. Diverse banche globali, tra cui Bank of America e Citigroup, hanno recentemente alzato le previsioni sulla crescita della Cina per il 2025, poiché la tregua sui dazi ha rafforzato la fiducia. Tuttavia, secondo un sondaggio di Bloomberg, gli economisti si aspettano che il pil cresca del 4,5% quest’anno, ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale di circa il 5%. «La vera sfida per i responsabili politici sono la deflazione e la disoccupazione, non la crescita», sottolinea Raymond Yeung, capo economista per la Grande Cina presso Australia & New Zealand Banking Group. «Non sono preoccupato per il pil della Cina».
L’indice Shanghai Composite è cresciuto dello 0,46%, mentre il Shanghai Shenzhen CSI 300 ha guadagnato lo 0,26%. Entrambi sono destinati a guadagnare oltre il 2% a giugno. Viceversa, l’Hang Seng di Hong Kong è sceso dello 0,35% lunedì, ma si avvia a un guadagno mensile del 3,5%. Infine, il Kospi della Corea del Sud è salito dello 0,70% e si avvia a registrare un guadagno mensile eccezionale di oltre il 14%. (riproduzione riservata)