Spesso evocata, e anche invocata, la spending review non riesce a fare proseliti. I ministeri si mostrano quasi sempre riottosi di fronte alle pressanti richieste di tagli. Così come il Parlamento, che da tempo ha avviato un percorso per frenare la crescita delle uscite interne. Ma, almeno per ora, non appare visibile il salto di qualità nel processo di riduzione delle spese che era atteso dopo il taglio di un terzo dei deputati e senatori, voluto dal M5S.
La spesa della Camera (di funzionamento, in conto capitale, per vitalizi e pensioni) dal 2013, anno in cui è scattata la limitazione a 943,16 milioni del budget annuo assegnato, al 2025 si è alleggerita di 74,8 milioni (-7,10%), ma nei conti di Montecitorio sono soltanto parzialmente rintracciabili le ricadute della cura dimagrante imposta agli onorevoli. Che all’avvio dell’attuale legislatura sono scesi da 630 a 400, con una riduzione dei costi fissi legati a indennità e rimborsi spese di oltre 55 milioni, in termini di competenza, tra il 2021, ultimo anno solare in cui l’emiciclo era completamente occupato (“onere” di 144,9 milioni), e il 2025 (89,81 milioni).
In questo arco di tempo il flusso di spesa alla Camera è sceso dai 998,7 milioni del 2021 (973,1 a consuntivo) ai 980 milioni stimati per il 2025, che pervi questori di Montecitorio è «uno dei livelli più bassi degli ultimi 20 anni». Le uscite dovrebbero però tornare vicine al miliardo nel 2027. Gli impegni complessivi di spesa (considerando i residui e altre voci) tra l’altro non oscillano molto: da 1,241 miliardi a consuntivo di quattro anni fa a circa 1,261 miliardi nel 2024.
Ma perché alla Camera i risparmi non si rivelano in linea con le attese legate al taglio dei parlamentari? Il bilancio fornisce alcune possibili risposte. Ad esempio, al ridimensionamento del numero dei deputati non è corrisposta una riduzione del contributo garantito ai gruppi parlamentari, che è rimasto fermo a 30,87 milioni. In questa legislatura si sono moltiplicate le commissioni parlamentari d’inchiesta, con un costo lievitato a 1,29 milioni dai 795mila euro previsti per il 2021. Gli «emolumenti per il personale non dipendente» sono poi saliti dai 13,39 milioni a consuntivo del 2021 ai 23,07 milioni previsti per il 2025 con l’inserimento della voce da 8,5 milioni «collaboratori dei deputati». In crescita sono anche i costi per la fornitura di acqua, gas ed elettricità e per i servizi di ristorazione (da 2,09 milioni del 2021 a 3,39 milioni nel 2025). A bilanciare in parte queste voci in crescita ci sono quelle che si assottigliano, come le uscite per il personale dipendente, che hanno subito una contrazione di 63,7 milioni tra il 2013 e il 2025 (-23,72%).
Nessuna maxi-spending review in ogni caso. Ma alla Camera si fa notare che anche con il progetto di bilancio di previsione per il 2026-28 sarà confermato il congelamento delle indennità parlamentari e dei rimborsi per le spese di soggiorno, che garantisce un risparmio di oltre 30 milioni di euro l’anno. Senza considerare i continui avanzi d’esercizio. Più lineare appare la situazione al Senato, che ha anche ridotto le Commissioni parlamentari. A Palazzo Madama la dote per il 2025 è identica a quella del 2011 (505 milioni). E negli ultimi 14 anni i risparmi dalla razionalizzazione della spesa sono stati stimati in 103 milioni: 10 milioni annui per il solo triennio 2023-25. (riproduzione riservata)
*Giornalista, esperto di materie parlamentari