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Nel 2020 chiudono 390mila imprese. Sangalli: indennizzi inadeguati
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Nel 2020 chiudono 390mila imprese. Sangalli: indennizzi inadeguati

di Marco Vignali
28 dicembre 2020, 12:30

Secondo Confcommercio, l'effetto del Covid-19 e del crollo dei consumi (-10,8%) comporterà la chiusura di oltre 390mila imprese, non compensata dalle 85mila nuove aperture (-300mila il bilancio finale). L'80% morirà per mano della pandemia. Sangalli: “bilancio drastico, serve un vaccino economico”

Il 2020 si conferma annus horribilis per le imprese italiane, con un crollo di oltre 300mila unità rispetto al 2019, l'80% a causa della pandemia. È questa la stima dell'Ufficio Studi Confcommercio sulla nati-mortalità delle imprese del commercio non alimentare, dell'ingrosso e dei servizi. "L'anno si chiude con un bilancio drammatico per il nostro sistema produttivo, fortemente colpito dal Covid-19”, ha commentato Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio. “Quasi mezzo milione tra imprese e lavoratori autonomi potrebbero chiudere l'attività. Oltre all'indispensabile vaccino sanitario, c'è bisogno del vaccino economico, cioè indennizzi finalmente adeguati al crollo dei fatturati e l'utilizzo di tutte le risorse europee per rimettere in modo l'economia del nostro Paese", ha spiegato Sangalli a margine dell'analisi dell'Ufficio Studi.

Secondo Confcommercio, l'effetto combinato del coronavirus e del crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019) porta a stimare per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, fenomeno ampiamente non compensato dalle 85mila nuove aperture. La riduzione del tessuto produttivo in questi settori ammonterebbe così a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila sarebbero legate esclusivamente alla pandemia. L'emergenza sanitaria ha acuito drasticamente il tasso di mortalità delle imprese che, rispetto al 2019, risulta quasi raddoppiato per quelle del commercio (dal 6,6% all'11,1%) e addirittura più che triplicato per i servizi di mercato (dal 5,7% al 17,3%).

“Delle 240mila imprese sparite dal mercato a causa della pandemia, 225mila si perdono per un eccesso di mortalità e 15mila per un deficit di natalità”, si legge nel documento redatto da Confcommercio, dove si sottolinea come la riduzione del tessuto produttivo risulti particolarmente accentuata tra i servizi di mercato, che si riducono del 13,8% rispetto al 2019, e rimanga più contenuta nel commercio (-8,3%), anche se comunque elevata. Tra i settori più colpiti in quest’ultimo ambito vi sono quelli dell’abbigliamento e calzature (-17,1%), degli ambulanti (-11,8%) e distributori di carburante (-10,1%), mentre nei servizi di mercato le maggiori perdite si registrano per agenzie di viaggio (-21,7%), bar e ristoranti (-14,4%) e trasporti (-14,2%). Infine, tutta la filiera del tempo libero, tra attività artistiche, sportive e di intrattenimento, fa registrare complessivamente un vero e proprio crollo, con la sparizione di un'impresa su tre.

“Alla perdita di imprese”, sottolinea Confcommercio, “va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria”. L’istituto stima la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici, operanti nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi, attività artistiche, di intrattenimento e divertimento e altro.
A questi dati, già decisamente preoccupanti, si aggiungono quelli elaborati da Coldiretti relativi ai consumi e alla spesa degli italiani. “Il taglio delle spese di fine anno a tavola rischia di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani, che nel 2020 sono scesi al minimo da almeno un decennio, con un crack senza precedenti per la ristorazione che ne dimezza il fatturato, in calo del 48% per una perdita complessiva di quasi 41 miliardi di euro”, si legge nell’analisi della maggiore associazione di rappresentanza e assistenza dell'agricoltura italiana.

Il settore della ristorazione è stato quello più duramente colpito dalla pandemia. “Quasi un italiano su dieci per il menu della vigilia o di Natale ha fatto ricorso alla consegna a domicilio e all’asporto, che hanno registrato un record storico. “In molti quindi”, sottolinea la Coldiretti, “non hanno voluto rinunciare alla tradizione ed hanno scelto di cogliere l'opportunità offerta dalla ristorazione anche in zona rossa”. Una boccata di ossigeno per molte realtà della ristorazione stremate dalle difficoltà provocate dalla chiusura forzata in un periodo in cui si realizza quasi 1/5 del fatturato dell'anno.

Una situazione che resta comunqe di elevata difficoltà, "con gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione che si sono fatti sentire a cascata sull'intera filiera agroalimentare, con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all'olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità, che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco”, continua la Coldiretti, secondo cui questa situazione di sofferenza porterà a fine anno ad una perdita di fatturato per la filiera agroalimentare di oltre 9,6 miliardi solo per i mancati acquisti in cibi e bevande da parte della ristorazione. (riproduzione riservata)



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