Il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) a Tianjin e la parata militare a Pechino hanno offerto al presidente cinese Xi Jinping l’occasione per mettere in mostra i muscoli di una Cina che si candida a riscrivere le regole del gioco a livello mondiale. La narrativa ufficiale è stata quella di un ordine «più giusto e multipolare», ma nei fatti si tratta di un progetto che punta a sostituire l’egemonia occidentale con la centralità cinese. Investimenti miliardari e una nuova banca di sviluppo della Sco, nell’ottica di promuovere un sistema di pagamento alternativo che aggiri il dollaro statunitense, non sono solo strumenti economici ma armi geopolitiche per legare a sé partner fragili e dipendenti, «buoni fratelli» come l’Egitto, o «vicini di casa da generazioni» come il Nepal.
Dietro il richiamo a multilateralismo e sovranità, Pechino consolida un blocco che unisce autocrazie, economie emergenti e potenze revisioniste, dalla Russia all’Iran, in un fronte eterogeneo accomunato più dall’opposizione all’Occidente che da una visione condivisa. La transizione verde, con l’asse energetico con la Russia rafforzato dall’accordo con il colosso Gazprom per la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2 verso la Cina, l’intelligenza artificiale e perfino i progetti spaziali diventano tasselli di un disegno di supremazia tecnologica e industriale, con cui il Dragone prova a imporsi.
Ma le tensioni interne all’Organizzazione non scompaiono: l’intesa di facciata con l’India non cancella i confini contesi e il sospetto reciproco, mentre la vicinanza al presidente russo Vladimir Putin avvicina Pechino a un conflitto, quello in Ucraina, che dice di voler risolvere diplomaticamente ma di fatto legittima. In questo senso, più che una cooperazione, la Sco è il banco di prova per la Cina per colmare il vuoto lasciato dall’Occidente, senza però garantire regole più stabili, ma semplicemente un nuovo centro di gravità da cui dipendere.
I numeri, sulla carta, sono impressionanti: l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai riunisce in una sola stanza i leader di Paesi che rappresentano complessivamente il 42,9% della popolazione mondiale (si vedano le tabelle sotto) e oltre il 60% del pil globale a parità di potere d'acquisto (il 23,6% in base ai prezzi correnti in dollari Usa), mentre i membri della Nato rappresentano rispettivamente il 34% e il 50%. Tuttavia, osserva Alvise Lennkh-Yunus, Head of Sovereign and Public sector di Scope Ratings, l’importanza relativa dei membri dell’alleanza a perno cinese è destinata a crescere nei prossimi anni. Attualmente, è più concentrata: la Cina domina da sola con oltre il 70% del pil dell’Organizzazione e il 40% della popolazione totale (gli Usa il 50% e il 30%), il che significa che gran parte della «forza» proviene da un singolo Paese che, tra l’altro, negli ultimi cinque anni ha visto gli scambi commerciali con gli altri membri aumentare vertiginosamente.
India e Russia contribuiscono, ma in misura molto più contenuta. Inoltre, alcuni membri (Bielorussia, il Kirghizistan e il Tagikistan) hanno economie meno sviluppate e la coesione politica del blocco è debole rispetto a quella di altri organismi come Nato o G7. I numeri, insomma, le conferiscono legittimità e visibilità, ma il valore strategico della Sco sta più nel potenziale geopolitico e diplomatico che nella pura massa economica. «Per il momento si tratta di due organizzazioni molto diverse, in particolare per quanto riguarda l’ambito di azione», specifica Lennkh-Yunus. «La Nato è un’alleanza militare, che assicura ai membri protezione collettiva in caso di attacco armato, preservando così lo status quo esistente in termini di dinamiche di potere globale. Invece, la Sco è una cooperazione più ampia, politica, economica e di sicurezza, con frizioni ancora irrisolte tra i membri, per esempio tra India e Pakistan oppure la disputa di confine sino-indiana, che però sono uniti nell’obiettivo di instaurare un nuovo ordine mondiale meno incentrato su Stati Uniti ed Europa».
In termini di spesa militare, la Nato ha un peso decisamente maggiore con circa 1.400 miliardi di dollari rispetto ai 570 miliardi della rivale. Ma il ruolo degli Stati Uniti all’interno dell’Alleanza è messo in discussione dalla stessa amministrazione Trump e dal peso in aumento degli Stati europei, che rappresentano il 40% circa del pil del Patto Atlantico e oltre il 50% della sua popolazione. Così, «anche se il nuovo obiettivo del 5% del pil per la spesa militare dei membri Nato rafforza l’Alleanza sulla carta, l’ambiguità persistente dell’attuale politica estera americana ne indebolisce l’efficacia sia nei confronti degli alleati sia dei potenziali nemici».
Detto questo, per i singoli membri Nato è molto improbabile che la Sco venga considerata un’alternativa credibile. Infatti, rispetto alla coalizione del Nord, «non ha gli impegni politici e militari di lunga data che i membri Nato hanno costruito in molti decenni, anche se in parte erosi sotto Trump. È difficile immaginare lo stesso livello di impegno per la difesa tra membri che hanno conflitti territoriali irrisolti», sottolinea l’esperto di Scope Ratings. Certo, ammette, anche il sostegno indiretto è rilevante, come dimostra la risposta alla guerra della Russia in Ucraina: India e Cina acquistano petrolio da Mosca nonostante le minacce statunitensi, riflettendo una cooperazione politico-economica tra i membri della Sco.
Allo stesso modo, Pechino fornisce supporto militare, esportando beni necessari alla costruzione di armamenti. E la Corea del Nord soldati per combattere sul suolo ucraino. Pertanto, a seconda della capacità di Cina, India e Russia di modellare la loro cooperazione strategica, Lennkh-Yunus non esclude che l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai possa evolvere in una partnership militare più forte, anche se ciò è improbabile nel breve termine. E questo ridisegnerebbe gli equilibri del potere militare nel mondo.
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