Le grandi partite del risiko finanziario italiano verranno decise dai fondi. Sarà così per il rinnovo del cda delle Generali del 24 aprile e per l’ops di Unicredit su Banco Bpm che partirà lunedì 28. Ma il primo test sarà l’assemblea di Mps che giovedì 17 verrà chiamata a decidere sull’offerta per Mediobanca. I soci dell’istituto senese dovranno esprimersi sull’aumento di capitale propedeutico all’operazione che il ceo Luigi Lovaglio vuole chiudere entro luglio.
Lovaglio, che avrebbe concepito già nel 2022 l’idea di un blitz su Siena, ha in mente la creazione del terzo polo bancario e non considera «cruciale» il 13,1% che Mediobanca detiene in Generali. Ma Trieste è nel mirino dei due soci forti della banca, Francesco Gaetano Caltagirone (che, secondo indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera avrebbe superato il 9% del capitale di Mps) e la famiglia Del Vecchio (9,8%, detenuto attraverso la holding Delfin), che da anni contendono a Piazzetta Cuccia e al suo ceo Alberto Nagel il primato nella governance della compagnia.
E il Leone è anche nel radar del governo che è pronto a usare il Golden Power per bloccare l’alleanza con i francesi di Natixis e garantire l’italianità del gruppo assicurativo oggi guidato da Philippe Donnet. Palazzo Chigi condivide inoltre con Lovaglio l’ambizione di costruire un polo intorno a un Monte risanato e privatizzato sotto la sfera d'influenza del Mef che ne detiene l’11,7%. Questa convergenza di interessi personali, politici e di mercato finirà il 17 aprile al vaglio degli investitori, in un test che potrebbe influenzare in profondità le geografie e le direttrici del risiko finanziario.
La record date, ossia l'ultimo giorno utile per avere azioni Mps nel dossier titoli ai fini del voto in assemblea, è scattata lo scorso 8 aprile e i proxy Iss e Glass Lewis si sono già espressi con raccomandazioni che stavolta si sono mosse in direzioni opposte. Questa divergenza non appare casuale ma riflette la disparità di vedute che oggi si registra nell’azionariato di Siena, soprattutto tra i grandi fondi.
Il primo a uscire allo scoperto è stato il numero uno di Algebris Davide Serra che, dopo aver partecipato all’aumento di capitale del 2022 e al primo collocamento del Mef, ha fatto un chiaro endorsement a favore dell’ops su Mediobanca: «Supportiamo l'operazione, ci sembra corretta, intelligente. I numeri parlano chiaro».
Sulla stessa lunghezza d’onda sarebbe anche Pacific Investment Management Co (Pimco), pronto a sostenere l’offerta in forza della sua quota dell’1,5% circa. L’investitore americano ha costruito negli anni un solido rapporto con Lovaglio e, come Algebris, ha svolto un ruolo di primo piano nelle ultime operazioni straordinarie del Monte, a partire dall’aumento di capitale del 2022.
Favorevole all’ops è anche Norges Bank, il fondo sovrano novergese che gestisce asset per 1.700 miliardi di dollari derivanti dalle risorse petrolifere e di gas del Paese scandinavo. Questa scelta di campo viene letta da qualcuno come una scommessa su un’aggregazione che, in una fase di incertezza macroeconomica, potrebbe rafforzare i fondamentali del gruppo senese.
Sfavorevoli al blitz su Mediobanca sarebbero invece altri tre azionisti internazionali, che hanno quote complessivamente inferiori allo 0,5%. State Board of Administration Florida, un fondo pensione che gestisce 260 miliardi di dollari in investimenti, voterà contro la proposta di aumento di capitale per «le dimensioni relative dell'operazione, la mancanza di accesso alla due diligence, l'incertezza del prezzo finale e le potenziali sfide di integrazione».
Identica la motivazione per Calvert, società di investimento del gruppo Morgan Stanley con 40 miliardi di attivi in gestione. Contro l’ops si è espresso anche New York City Comptroller, asset manager che gestisce i portafogli di investimento dei cinque sistemi pensionistici della metropoli americana, amministrando 285 miliardi di dollari. Ma la maggior parte dei fondi azionisti del Monte non si è ancora espressa e lo farà probabilmente solo in assemblea. Sulla stessa linea si è espressa anche CPP Investments che ha circa lo 0,7% di Mps.
Gli occhi sono puntati sui detentori dei pacchetti più pesanti come Vanguard (3%), Dimension Fund Advisors (3%), Norges Bank (2,9%), BlackRock (1,8%), Allianz (1,58%), Crédit Agricole (0,65%) e Janus Henderson (0,6%). Complessivamente il peso di questi soggetti è notevole, se si pensa che larga parte del 65% di flottante è oggi rappresentata da istituzionali con una componente minimale di retail.
Il voto dei fondi non è l’unica incognita che pende sull’assemblea. Banco Bpm e Anima, entrati con l’ultimo collocamento del Tesoro e oggi posizionati al 10% di Mps, non hanno ancora annunciato le proprie intenzioni di voto. Di sicuro la loro posizione peserà sugli esiti dell’assise: un voto contrario potrebbe far cadere sul nastro di partenza l’ops di Mps su Mediobanca, riaprendo inaspettatamente i giochi del risiko con un ruolo potenzialmente di primo piano di Unicredit.
Un voto a favore invece farebbe con ogni probabilità passare l’aumento di capitale, sostenuto anche da Mef, Delfin, Caltagirone, fondazioni e casse di previdenza (a partire da Enpam ed Enasarco, quest’ultima appena entrata nel capitale). Anche in questo caso però l’offerta non sarà in discesa visto che Siena aspetta ancora una lunga trafila di autorizzazioni, dall’Ivass alla Bce sino alla Consob che a giugno sarà chiamata a esprimersi sul prospetto. (riproduzione riservata)