Venerdì 27 giugno Mediobanca ha giocato la carte dei dividendi per rispondere all’ops del Montepaschi, arrivata ormai ai nastri di partenza. Nell’aggiornamento del piano al 2028 Piazzetta Cuccia ha messo sul piatto ricavi per oltre 4,4 miliardi (+20%), utili per 1,9 miliardi (+45%) e soprattutto un payout cash del 100% con una remunerazione di 4,9 miliardi in tre anni e un cash yield al 2028 superiore al 30%.
Il ceo Alberto Nagel ha anche difeso l’offerta su Banca Generali, che «sarà in grado di creare un leader europeo nel wealth management per dimensioni, capacità di crescita e remunerazione degli azionisti». E ha rispedito ancora una volta al mittente la proposta industriale di Siena: «È la prima operazione in cui vediamo una banca commerciale acquistare in modo ostile una banca d'investimento».
La borsa si è subito adeguata: Mps ha ceduto l’1,82% mentre Mediobanca ha chiuso poco sotto la parità. In questo modo lo sconto nel concambio è tornato ad allargarsi superando l’8% e facendo la felicità degli arbitraggisti. Numerosi fondi hanno preso posizioni long su Mediobanca e short su Mps scommettendo su una revisione al rialzo del concambio, cioè che alla fine il ceo senese Luigi Lovaglio migliorerà l’offerta.
Si consideri per esempio un azionista con 100 azioni Mediobanca. Se aderisse all’ops, in base alle condizioni attuali riceverebbe 253 titoli Mps. Ma, allo sconto attuale dell’8%, lo scambio comporterebbe una perdita di circa 180 euro. Questo perché il valore delle azioni Mps ricevute sarebbe inferiore a quello delle Mediobanca cedute.
Partita finita quindi? Non proprio. Il quadro cambia se si considera una componente fondamentale ma incerta per definizione: i dividendi futuri. Con l’aggiornamento del piano, Piazzetta Cuccia ha annunciato una distribuzione cash complessiva di 4,72 euro per azione entro il 2027, che corrisponde a un incasso totale di 472 euro per un pacchetto di 100 azioni.
Mps non ha dato stime ufficiali ma, secondo le stime degli analisti di Deutsche Bank, dovrebbe erogare complessivamente 2,81 euro per azione nelle stesso arco temporale. Applicando questa stima alle 253 azioni di Siena che l’investitore riceverebbe, i dividendi incassati compenserebbero la perdita iniziale. La convenienza dell’offerta insomma emerge in una prospettiva di medio-lungo termine e solo se l’investitore nutre fiducia nella capacità di Mps di realizzare il proprio piano.
La situazione è parecchio diversa per gli investitori che detengono già azioni Mps. In caso di adesione questi registrerebbero uno sconto minore e un rendimento maggiore considerati i dividendi. È un altro effetto di quel «disallineamento di interessi» lamentato da Mediobanca fin dall’inizio, parlando di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin.
Il caso più rilevante è proprio quello della holding della famiglia Del Vecchio, che possiede il 19,8% di Mediobanca e quasi il 10% di Mps. Se aderisse all’offerta ai prezzi attuali, Delfin subirebbe una perdita di circa 300 milioni. Tuttavia, se si includono i dividendi stimati per il triennio 2025–2027 dalle due banche, avrebbe un guadagno netto di circa 450 milioni.
Insomma per gli investitori già esposti su entrambi i titoli, come la famiglia Del Vecchio ma anche Caltagirone (che ha quasi il 10% di Mediobanca e di Mps), l’effetto dello sconto viene parzialmente neutralizzato e l’operazione potrebbe essere accrescitiva a patto però che il Monte raggiunga i suoi ambiziosi obiettivi industriali, inclusi 700 milioni di sinergie attese e il consolidamento a bilancio dei 2,9 miliardi di dta.
Proprio su questo specifico aspetto Piazzetta Cuccia ha sollevato rilievi, chiedendo a Consob un’integrazione del prospetto per chiarire gli impatti economico-finanziari su Siena in caso di un’adesione inferiore al 50% del capitale di Mediobanca. Il documento d’offerta è in preparazione: dovrebbe essere consegnato all’autorità tra fine settimana e l’inizio della prossima, con l’ok Consob atteso già forse per giovedì 3.
A questo punto perché l’ops abbia successo serve almeno una di queste condizioni: un ribilanciamento dei prezzi di mercato, con Mediobanca che si svaluta o Mps che si apprezza in rapporto all’altro istituto, oppure un rilancio dell’offerta stessa da parte di Lovaglio.
Sul primo fronte, un possibile recupero del prezzo di Mps renderebbe l’operazione più appetibile per tutti gli azionisti di Mediobanca. Questo rialzo potrebbe essere sostenuto da acquisti mirati da parte dei soci più forti, che hanno interesse a rafforzare la propria posizione di Mps e a favorire il buon esito della scalata. Parallelamente, anche una flessione delle azioni di Piazzetta Cuccia potrebbe contribuire a ridurre lo sconto attuale: in questo senso, l’attenzione è rivolta soprattutto al 4,45% detenuto da Mediolanum, che secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere messo in vendita. Ma un indebolimento dei corsi di Mediobanca potrebbe essere contrastato da Nagel sia attraverso la leva del buyback (almeno parzialmente), sia con il rafforzamento di investitori “amici” nel capitale.
In questo caso il capitale in eccesso a disposizione, stimato in oltre 2,8 miliardi di euro, rappresenterebbe una leva importante per migliorare le condizioni economiche della proposta. Una mossa di questo genere potrebbe superare le resistenze iniziali e attirare un numero maggiore di investitori, aumentando le chance di successo dell’operazione.
Mps, inoltre, non ha bisogno di convincere tutti gli azionisti di Mediobanca per portare a termine la scalata, dato che la Bce non ha fissato soglie minime vincolanti per il successo dell’operazione. È quindi plausibile che l’offerta possa andare in porto anche con una quota intorno al 50%, o addirittura inferiore, purché questa percentuale consenta di esercitare un controllo stabile sulla banca. Anche un rilancio contenuto quindi potrebbe essere sufficiente per raggiungere l’obiettivo. (riproduzione riservata)