Banca Monte dei Paschi lotta contro il tempo e contro le condizioni di mercato per completare l'aumento di capitale da 2,5 miliardi richiesto dalla Bce e necessario per il rilancio, si spera definitivo, della banca più antica del mondo.
Lo scenario è complesso per molte ragioni. La prima sta nei numeri dell'aumento di capitale. La capitalizzazione di borsa di Mps è di circa 300 milioni, quasi vicina a zero rispetto a pochi mesi fa; saranno pure raggruppate le azioni, ma la sostanza non cambia. Per quanto sconto si possa offrire per incentivare il mercato a sottoscrivere, se la capitalizzazione in valore assoluto è modesta, sarà modesto anche lo sconto in valore assoluto, tanto più rispetto alla cifra ben maggiore di nuova cassa da raccogliere.
Sotto il profilo delle aspettative di utili futuri, il Monte può probabilmente avvantaggiarsi dell'attuale fase di aumento dei tassi, essendo in gran parte rimasta una banca tradizionale, che vive su impieghi e margine di interesse. Bisognerà però vedere anche quante nuove sofferenze emergeranno dall'imminente fase di recessione, più o meno pesante che sia. In ogni modo, sul listino italiano e europeo, le banche che offrono opportunità di investimento e i cui risultati possono essere influenzati favorevolmente dal rialzo dei tassi sono più d'una e gli investitori, soprattutto in questa fase di mercato, sono assai selettivi.
L'appeal principale di Banca Mps è ancora speculativo, nell'attesa che qualche altro grande gruppo finanziario ne acquisisca il controllo, pagando di più del prezzo dell'ultimo aumento di capitale. Chi ha fatto questo ragionamento in passato, in uno dei precedenti aumenti, ha perso molto. Inevitabilmente prima o poi qualcuno arriverà, ma quando? Lo scenario politico prossimo venturo vede piuttosto in carica un governo non particolarmente favorevole a cedere aziende nazionali importanti, per quanto poco profittevoli e sostenute da capitale pubblico.
Infine, non sarà facile definire il pricing dell'aumento di capitale. Sono in corso di negoziazione e rinnovo le partnership strategiche nell'asset management, con Anima, e nelle assicurazioni, con Axa. Entrambi sembrano disposti a sottoscrivere una discreta fetta dell'aumento; ma è plausibile che tanto più investiranno, tanto più saranno forti le loro richieste in termini di durata degli accordi di distribuzione in esclusiva dei loro prodotti da parte della rete dell'istituto senese e più alte le percentuali dei ricavi che queste società prodotto si vorranno tenere rispetto alla fetta lasciata alla rete degli sportelli. In pratica, Mps deve ipotecare o vendere in anticipo una fetta dei futuri margini operativi pur di collocare una fetta importante d'aumento. Ciò implica che i normali investitori finanziari di mercato vorrebbero forse acquistare azioni di nuova emissione a prezzi inferiori a chi, come Anima o Axa, avrebbe invece un vantaggio economico e strategico da tali accordi. Inoltre, proprio la blindatura e la presumibile lunghezza di accordi rinnovati potrebbe scoraggiare o quantomeno ridurre i prezzi che, in futuro potrebbe essere disposto a pagare un gruppo finanziario potenziale acquirente di Mps. A meno che non sia già in stretti affari con Anima e Axa. Insomma, un bel labirinto in cui districarsi per il bravo ceo, Luigi Lovaglio. Che fino a oggi ha almeno avuto nel Ministro competente in materia bancaria e nell'azionista di controllo un supporto tecnico e politico. Domani, chissà… (riproduzione riservata)