L’esito non era affatto scontato, fino alla vigilia. Giovedì 17 aprile l’assemblea di Mps ha approvato l’ops su Mediobanca, l’operazione più ambiziosa e controversa del risiko bancario italiano. Grazie allo sforzo di persuasione compiuto dal ceo Luigi Lovaglio sui mercati in oltre cento incontri con investitori negli ultimi tre mesi e dal ministero dell’Economia sul fronte istituzionale, un’ampia compagine di azionisti si è schierata a favore dell’ops.
L’aumento di capitale al servizio dell’offerta in azioni è stato approvato dall’86,48% dei presenti (pari al 63,64% del capitale sociale), mentre i contrari sono stati l’11,81%. Percentuali che consentono a Lovaglio di portare avanti l’operazione, ma che evidenziano una disparità di vedute all’interno della compagine sociale del Monte. I no sarebbero riconducibili soprattutto a fondi internazionali che già alla vigilia del voto avevano manifestato dubbi sulla strategia di m&a di Siena.
I sì in ogni caso hanno vinto. Le ultime adesioni di Banco Bpm (5%) e di Anima (4%) sono andate a sommarsi a quelle del Tesoro (11,7%), di Delfin (9,8%), di Francesco Gaetano Caltagirone (9,9%), delle fondazioni bancarie (1%) e delle due grandi casse di previdenza Enpam ed Enasarco (5% complessivo). Agli azionisti italiani si aggiungono poi alcuni fondi internazionali che sosterranno la linea di acquisizioni di Lovaglio, in linea con l'indicazione del proxy Glass Lewis: Algebris (1,5%), Pimco (1,5%), Norges Bank (2,5%) e probabilmente Amundi (1%).
Al ceo va dato atto di aver saputo offrire una rappresentazione convincente del deal. Il banchiere ha promesso «una significativa creazione di valore» per tutti i soci. Con l'unione tra Mps e Mediobanca «avremo una tale forza patrimoniale che potremo distribuire il 100% degli utili, rafforzando il patrimonio. Questo è il nostro progetto: non ha nessun'altra motivazione. Piazzetta Cuccia rappresenta per noi un partner ideale per il valore rappresentato dal suo brand e dal patrimonio di competenze di eccellenza che ne hanno fatto la storia», ha spiegato Lovaglio ai soci.
Ora, smarcata l’assemblea, si tratta di mettere a terra il progetto. Il primo snodo saranno le autorizzazioni. Sinora è arrivato l’ok del comitato Golden Powerma mancano all’appello l’Ivass per gli aspetti assicurativi, l'Antitrust per le tematiche relative alla concorrenza e la Consob per le tecnicalità dell’offerta. Soprattutto deve ancora esprimersi la Bce che sarà chiamata ad autorizzare l’ops ai sensi della procedura di qualifying holding, cioè l’istruttoria relativa all’acquisizione di partecipazioni qualificate nelle banche.
Un elemento chiave che finirà sotto la lente della Vigilanza sarà la quota che Mps intende conquistare in Mediobanca. Siena, su richiesta della Consob, ha confermato l'obiettivo di detenere una partecipazione pari ad almeno il 66,67% e ha escluso di aver già individuato una eventuale sotto-soglia, anche se da alcuni documenti pubblicati dalla banca la soglia dei due terzi appare rinunciabile.
Il 66,67% però rimane un obiettivo ambizioso. Per ora Lovaglio può contare sulle adesioni di Delfin (19,8%) e Caltagirone (7,66%) e forse di qualche investitore con quote inferiori al 2%. Per alzare in misura significativa l’asticella bisognerà convincere una variegata platea di investitori che sinora si è mostrata fedele al ceo Alberto Nagel. L’impresa è difficile e sul mercato si specula che il livello delle adesioni possa fermarsi sotto del 50%. Una soglia tra il 35 e il 50% consentirebbe ancora il controllo di fatto dell'assemblea ordinaria, ma impedirebbe la fusione tra le due società e l’accelerazione nell'utilizzo dei crediti d'imposta (dta) che il management di Mps ha presentato al mercato come il principale elemento di interesse nell'offerta.
Qualche analista ha inoltre osservato che Siena non fornisce una previsione puntuale sul Cet1 in caso di raggiungimento di una quota inferiore ai due terzi del capitale, che pure la banca prende in considerazione come possibile scenario. Su questo appunto dovrà esprimersi la Bce che, come anticipato da MF-Milano Finanza, metterà sotto la lente anche Delfin. La holding della famiglia Del Vecchio dovrà essere nuovamente autorizzata dalla Vigilanza se vorrà aderire all’ops e diventare così il primo azionista della combined entity, così come la chiese nel 2020 per arrivare all’attuale quota di Mediobanca.
Lovaglio comunque è fiducioso su modalità e tempistiche dell’operazione. L’obiettivo del banchiere resta quello di ottenere le autorizzazioni necessarie entro fine giugno per poi partire con l'ops e completare l’intero iter a luglio. Di scenari ulteriori il banchiere ha preferito non parlare davanti agli azionisti. Generali è certamente un possibile partner industriale dopo la scadenza del contratto con Axa, anche se la quota del 13,1% non è cruciale. Una integrazione con Banco Bpm se non andrà avanti l’offerta di Unicredit? Mps avrà il peso specifico per sedersi a molti tavoli, ma ora è presto per fare ipotesi. Insomma adesso la priorità è espugnare Mediobanca.
Adesso la priorità è espugnare Mediobanca. Ma nemmeno i rapporti con i soci di riferimento aiutano. In assemblea è emersa una causa da 741 milioni intentata alla banca dal gruppo Caltagirone per alcuni investimenti in azioni effettuati tra il 2006 e il 2012. Un contenzioso curioso se si pensa che l’ingegnere romano è non solo secondo azionista di Siena ma è stato anche vicepresidente della banca tra il 2009 e il 2012. (riproduzione riservata)