Con gli indici sui massimi storici e livelli di liquidità a dir poco senza precedenti, gli analisti di Morgan Stanley hanno individuato alcuni tra i fattori chiave che potrebbero guidare o condizionare l'andamento dei listini azionari da qui in avanti. Il primo aspetto ad essere stato preso in considerazione è quello relativo agli ingenti flussi di capitale nel mercato azionario globale. "Dopo aver assistito a rally da record negli ultimi 12 mesi, diffidiamo che il trend possa proseguire su questi livelli. A differenza dello scorso novembre, l'Msci Europe ha raggiunto ora il nostro target previsto per dicembre 2021, anche se il nostro scenario rialzista prevede ancora un 8% di guadagno entro fine anno. Tuttavia, vi sono indicatori tecnici che segnalano un picco nel sentiment di mercato, come ad esempio, a breve termine, l'Rsi a 14 giorni è superiore a 70, in pieno ipercomprato", argomentano gli strategist.
Un altro segno di un probabile picco nel sentiment degli investitori è dato dall'All Net Bulls Index, che ha raggiunto il 37% questa settimana, il livello più alto dal 18 gennaio, pochi giorni prima della correzione dettata dalla volatilità. Dal 1987, anno in cui inizia l'indagine, in un'orizzonte temporale di sei mesi e in condizioni di mercato "standard" l'S&P 500 è aumentato in media del 5,4% per un periodo pari al 74% del periodo totale. Al contrario, quando dall'All net bulls index è stato superiore al 30%, i rendimenti medi dei mesi successivi sono scesi al 2,4%, e l’indice è aumentato “solo” del 65% del tempo preso in esame.
Ad oggi, inoltre, l'esposizione netta degli hedge fund, soprattutto europei, è a un livello record, e l’esposizione short non è mai stata così bassa. “Le nostre ricerche”, proseguono da Morgan Stanley, “mostrano i dati del reparto Prime Brokerage, i quali evidenziano a loro volta che l'esposizione netta dei fondi hedge europei ha ormai raggiunto un livello record. L'esposizione lorda, tuttavia, appare molto meno estesa ed è effettivamente diminuita considerevolmente negli ultimi sei mesi. Ciò riflette il fatto che le posizioni short sono diminuite rapidamente, raggiungendo un livello mai così basso”, sottolineano dalla banca d’affari.
La scorsa settimana Morgan Stanley ha anche ridotto l'esposizione pro-ciclica, dato un rally da record dei ciclici rispetto ai settori più difensivi nell'ultimo anno. Le valutazioni relative sono vicine ai record, e mentre gli analisti si dicono “prudenti sul fatto di effettuare una rotazione troppo forte”, sostengono che il rapporto rischio-ricompensa dato dall’essere lunghi sui ciclici a scapito dei difensivi sia più debole di quanto non sia stato in precedenza. Inoltre, gli short interests sui titoli growth sono molto più contenuti rispetto a quelli sui titoli value. Anche se i dati possono essere approssimati, ciò che si evince analizzando il discorso in termini assoluti è che lo short interest del settore value è di circa un terzo superiore a quello del settore growth.
Un altro spunto riflessivo interessante è che "negli ultimi mesi l'Europa ha sovraperformato il segmento globale", in linea con l'aumento dei rendimenti obbligazionari e dei titoli value, ma anche se “sentiamo spesso clienti che suggeriscono che l'Europa è ora in una situazione di ipercomprato, i dati sui flussi suggeriscono che c’è ancora poco amore da parte degli investitori verso il continente europeo. Mentre i fondi azionari globali hanno registrato livelli record di afflussi negli ultimi tre mesi, non vi è stato alcun segno di particolare ottimismo verso il mercato europeo", evidenziano da Morgan Stanley.
Le azioni europee hanno registrato un ritardo in linea ai dati effettivi sulla crescita in Europa, che ne hanno posticipato la ripresa, ma rispetto alle aspettative i dati hanno sorpreso più che altrove. "L'indice di sorpresa economica dell'Europa è su un massimo a 10 anni rispetto agli Stati Uniti, e storicamente ciò è ben correlato con le tendenze relative delle prestazioni dei mercati. Sebbene l'Europa sia andata meglio negli ultimi due mesi, suggeriamo che le azioni europee trarranno beneficio dai dati economici e da una crescita importante degli utili", concludono gli strategist. (riproduzione riservata)