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Missione vacanza… ad Anguilla

Ospiti delle magnifiche ville progettate da Myron Goldfinger o di lussuosi eco-resort

di Elena Bianco
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Sospesa tra il blu ipnotico dei Caraibi e la purezza geometrica dell’architettura modernista, Anguilla custodisce un segreto che pochi conoscono davvero: l’impronta visionaria di Myron Goldfinger, nome che riecheggia il personaggio di Ian Fleming. L’architetto modernista, dopo una serie di viaggi in barca a vela nelle Antille con la famiglia negli anni 60 e 70, aveva, infatti, scoperto ad Anguilla, territorio inglese nelle Isole Sopravento che deve il suo nome alla forma lunga e sinuosa, una spiaggia magnifica e isolata: Shoal Bay West era sufficientemente ampia per soddisfare la vis creativa del geniale architetto.

Missione vacanza… ad Anguilla

«Ho sempre disegnato case dove mi sarebbe piaciuto abitare da bambino», affermò una volta, ed evidentemente già da bambino sognava in grande. Come grandi erano le forme geometriche (cerchi, quadrati, triangoli) che assemblati dalla sua mente brillante sono diventati spettacolari facciate, soffitti vertiginosi, aggetti che sfidano la gravità in ville candide, adagiate sulla lingua di sabbia fra mare e vegetazione tropicale. Guardandole dal mare, una in fila all’altra, coglie un senso di déjà vu: assomigliano alla casa progettata da Goldfinger a Southampton, protagonista del film The Wolf of Wall Street quasi quanto Leonardo Di Caprio.

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Le ultime residenze costruite da Goldfinger a un’estremità della baia a fine anni 90 per una coppia statunitense, oggi di proprietà del newyorkese Francis Greenburger, sono un’opera d’arte in cui soggiornare: con una dimensione capace di ospitare grandi gruppi, le Altamer Villas (Antilles Pearl è di 3.400 mq, Blue Diamond di 4mila mq, più un piccolo nido nella vegetazione molto cosy) promettono di far vivere un lifestyle in salsa locale. Un autentico slow living, fra un barbecue sulla spiaggia con le aragoste pescate perlustrando le baie di Anguilla sul piccolo motoscafo, e una cavalcata al tramonto sul bagnasciuga; fra una cooking lesson caraibica, con il giovane chef privato Gerald McDonald, e un cocktail in piscina preparato da un inappuntabile butler.

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Ma, difficile da descrivere, è l’atmosfera autentica del mondo Altamer. «Lo staff, tutto di residenti anguillani, è con noi da una ventina d’anni e conosce bene l’ospitalità di lusso», spiega Sean Richards, general manager Altamer. Da visitare, poi, l’Arts & Crafts Center nella capitale The Valley, uno spazio espositivo finanziato da Altamer in cui gli artisti locali possono creare, mostrare e vendere le loro opere: comprare un souvenir, come raffinate ceramiche e sculture, vestiti e borse eco-friendly, gioielli realizzati con conchiglie incise. Uno spazio che regala alla comunità degli artigiani la possibilità di preservare la vita culturale e le tradizioni.

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Shoal Bay West ha, guarda caso, una sua omonima, però East, all’altro capo dell’isola con caratteristiche simili (Goldfinger a parte): per nulla affollata, sabbia bianca con la consistenza del borotalco, immancabile fila di palme, barriera corallina a portata di mano, o meglio di pinna, dove nuotano razze, pesci pappagallo, pagliaccio, farfalla, in un’incredibile tavolozza di colori. La tentazione di adagiarsi sulla battigia bagnata da un mare che brilla come un diamante è quasi irresistibile. Nonostante il primo impulso a chiudere gli occhi e riempire i polmoni dell’aria che profuma di iodio e di frangipani, la storia dell’isola richiama a esplorazioni.

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«Non abbiamo prove che Cristoforo Colombo sia sbarcato qui, ma dopo il suo passaggio nell’area caraibica cominciarono le spedizioni navali spagnole e francesi», spiega lo storico locale Don Mitchell. «Poi nel 1650 fu la volta degli inglesi. Il fatto che Anguilla sia una parola italiana fa pensare che al seguito ci fosse un cartografo italiano». Ma la storia dell’isola comincia nel 600 d.C., con la popolazione amerindia degli Arawak e le loro tracce si scoprono a 15 metri sotto terra nella grotta The Fountaine, dietro Shoal Bay East. Qui, dove c’è una sorgente d’acqua dolce, secondo gli antichi abitanti il Sole e la Luna diedero origine alla nascita dell’Universo: nella grotta i 33 petroglifi, gli oggetti rituali, la stalagmite intagliata a immagine del Dio supremo Jocahu, le pietre a tre spigoli degli Zemis, gli spiriti della fertilità e quelle di Juluca, dio dell’arcobaleno, rendono questo antro il sito cerimoniale meglio conservato dei Caraibi.

© Thierry Dehove
© Thierry Dehove

Oggi Zemi è anche il nome di uno dei più lussuosi eco-resort dell’isola, lo Zemi Beach House Resort & Spa, eleganza minimal e anima green, che lo rende energeticamente autonomo grazie ai 3mila pannelli solari e alle pratiche di riciclaggio di quanto non si consuma e dell’acqua. Imperdibile fiore all’occhiello è la Spa ultra-premiata in stile thailandese, ricavata da casette di legno, antiche 250 anni, smontante in Thailandia e rimontate qui. Nelle cinque Spa suite per trattamenti singoli o di coppia ci si rilassa alla luce soffusa delle lanterne, in attesa di un hamman, unico sull’isola con il gobek tasi, la grande lastra di marmo riscaldato.

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Oppure di un fango ricavato dalla sapienza erboristica dei bohique, i guaritori del popolo Taìnos. Tutt’altro tipo di ricette sono, invece, quelle del ristorante gourmet Stone, proposte con raffinatezza e grande tecnica dallo chef italiano, Emanuele Sabatini. I sapori e la creatività italiana in cucina hanno, infatti, conquistato l’happy few internazionale di Anguilla.

Tanto che uno dei ristoranti più frequentati parla italiano, il Cip’s by Cipriani, sul promontorio del Belmond Cap Juluca (qui sopra). Così, guardando la Maundays Bay scintillare nel buio della notte, si gustano sapori che ricordano quelli signature di Venezia, dal Carpaccio ai tagliolini gratinati con prosciutto e crema di parmigiano, che lo chef Matteo Bartaletti interpreta come se si trovasse in Laguna.

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Ma è solo la suggestione di un momento. Si ritorna alle atmosfere caraibiche concludendo la serata sulla vicina Rendezvous Bay al Dune Preserve: è il locale di Bankie Banks, padre del Moonsplash Festival, fra gli eventi musicali più noti dei Caraibi, nonché mito del soul-reggae locale. Pare sia stato amico di Bob Marley e abbia suonato con Bob Dylan (e, infatti, sembra un mix dei due mostri sacri), ma oggi vive in una casa sulla spiaggia: talvolta suona, talvolta sta a guardare il mare dall’amaca. Non male… (Riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 19/12/2025 00:00
Ultimo aggiornamento: 19/12/2025 00:00
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