Il 29 ottobre, il giorno dopo la Giornata del Risparmio, i membri del consiglio direttivo della Bce saranno a Firenze per la riunione dell'organo prevista per il 30. Si tratta di una delle due sedute annuali che vengono tenute fuori sede presso le banche centrali dell’Eurosistema. Firenze, città simbolo della finanza europea, sarà lo scenario di possibili decisioni rilevanti, come un taglio dei tassi di riferimento, ora che la presidente Christine Lagarde ha dichiarato conclusa la fase di disinflazione. Tuttavia, la presidente non ha ancora fatto esplicito riferimento al secondo mandato della Bce previsto dal Trattato Ue, che impone, una volta raggiunta la stabilità dei prezzi, di sostenere la crescita economica dell’area.
Nel capoluogo toscano non mancheranno i richiami alla grande tradizione finanziaria della città. Saranno probabilmente ricordati i banchieri fiorentini del Trecento, i Peruzzi e i Bardi, che con le loro banche internazionali subirono il dissesto quando Edoardo III d’Inghilterra, non potendo rimborsare i debiti contratti per le sue campagne militari, provocò una crisi di liquidità e il loro fallimento. Una lezione storica che riecheggia nei dibattiti odierni sulle spese militari e sui rischi finanziari connessi.
Durante l’incontro di Firenze, Lagarde potrebbe tornare sul tema del Mes, già menzionato nella sua recente audizione davanti alla commissione economica dell’Europarlamento. La presidente ha ricordato che la riforma del Meccanismo è cruciale, soprattutto per completare il mercato unico del risparmio e degli investimenti. Tuttavia, la ratifica resta bloccata a causa della mancata approvazione da parte di un solo Paese: l’Italia. Il tema continua a riemergere ciclicamente, con proposte di utilizzo del Mes anche per finanziare spese di difesa, ipotesi su cui Lagarde ha preferito non pronunciarsi.
Alcuni esponenti europei hanno ipotizzato di procedere alla sottoscrizione del Mes anche senza l’Italia, trasformandolo in un accordo intergovernativo, ma la soluzione appare complessa. Il governo Meloni aveva in passato invocato una revisione del Trattato, pur senza proporre un’alternativa concreta. I dubbi italiani riguardano soprattutto le finalità dei finanziamenti, gli oneri connessi e il rischio di una sorveglianza macroeconomica sui Paesi che ne fanno ricorso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, pur mostrando una certa apertura personale, ha sempre rimandato la decisione al Parlamento, che resta contrario alla ratifica.
L’incertezza non può proseguire all’infinito. Il Mes è considerato uno strumento essenziale per il futuro mercato unico dei capitali delineato nei report di Mario Draghi ed Enrico Letta, ora adottati dalla Commissione Ue. Per questo, è necessario che il governo italiano chiarisca definitivamente la propria posizione: o conferma il rifiuto del Trattato, presentando una proposta alternativa credibile, oppure aderisce alle modifiche già sottoscritte dagli altri Paesi. Lasciare la questione in sospeso, in attesa di ciclici richiami europei, non è più sostenibile. Già nell’Ecofin dell’8 ottobre, osservano molti analisti, l’Italia potrebbe cominciare a delineare con maggiore chiarezza la propria linea. (riproduzione riservata)