Ci sono pochi dubbi sulla politica monetaria delle banche centrali nel breve termine. Sia la Federal Reserve statunitense sia la Banca Centrale Europea aumenteranno i tassi di 25 punti base questa settimana. Ma rimane tanta incertezza sulle politiche future.
Negli Stati Uniti le previsioni vedono la Fed in pausa fino al 2024 dove dovrebbe iniziare il suo ciclo di allentamento per contrastare il rallentamento della crescita. «Uno scenario in perfetta linea con quanto accaduto negli ultimi mesi, ma una recessione è tutt’altro che inevitabile, sottolinea Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst per l’Italia. Sia l’indice core dei prezzi al consumo sia quello di giugno sono risultati più deboli del previsto: l’inflazione core è salita a +0,18% mese su mese a giugno. Nello specifico, l'IPC core ha subito un brusco rallentamento a +0,16% su base mensile. Si è trattato della variazione mensile più lenta dal febbraio 2021. «L’indice core della Fed di Atlanta, un paniere ponderato di voci che cambiano i prezzi in modo relativamente lento, è sceso a +2,8% su base mensile annualizzata. Questo è un altro segnale molto positivo», aggiunge Sansone.
Ma ci sono ancora fonti di preoccupazione sul fronte inflazione: i prezzi del petrolio sono in aumento, l’accordo Russia/Ucraina sul grano continua a traballare, gli scioperi dei lavoratori potrebbero generare contratti salariali più alti del 3,5% e i confronti annuali peggioreranno. «Il percorso verso il 2% sarà probabilmente movimentato e richiederà mercati del lavoro più soft. Non è affatto certo che la Fed voglia davvero raggiungere l'obiettivo del 2%, se questo implica la decisione di spingere l'economia in recessione. Un obiettivo implicito del 3% o un obiettivo ufficiale del 2% non porta grandi implicazioni macroeconomiche», continua il Country Manager di iBanFirst per l’Italia. «A nostro avviso, la banca centrale può continuare a mantenere un'inflazione media di lungo periodo vicina al 3% senza che il mercato se ne preoccupi più di tanto. In questo senso, una lunga pausa di politica monetaria dopo il rialzo di luglio rappresenta lo scenario più sensato».
I mercati non apprezzano molto le divergenze di politica monetaria e il dibattito sul periodo di pausa aumenta anche nell’Eurozona. Il membro del consiglio direttivo della Bce, Klaas Knot, ha dichiarato ai microfoni di Bloomberg che la stretta monetaria rappresenta «al massimo una possibilità, in nessun modo una certezza». C’è, dunque, un forte disaccordo tra i membri del consiglio su cosa fare dopo il reset estivo. Nei verbali della Bce molti altri membri hanno sollevato la prospettiva di ulteriori rialzi dei tassi di interesse, con almeno un altro rialzo a settembre. «Le prospettive sono più sconcertanti nell'Eurozona. L'Unione Europea sta vivendo una recessione tecnica, che riflette soprattutto la revisione al ribasso dei dati irlandesi. Si tratta più di un epifenomeno che di altro», spiega Sansone. Sul fronte dell'inflazione, «la situazione è molto più difficile nell'Eurozona che negli Stati Uniti, ma ci sono ragioni per un sano ottimismo: l’indice core dei prezzi al consumo è debole, i dettagli incoraggianti e il super core è sceso allo 0% mese su mese nell'ultima pubblicazione di giugno. È sempre più evidente che la trasmissione della politica monetaria funzioni meglio e più rapidamente nell'area dell'euro. Allo stesso tempo, però, il livello dell'inflazione varia fortemente da Paese a Paese, rendendo più difficile il compito della Bce. In Francia e nella periferia, la crescita è più forte e l'inflazione è più bassa rispetto ai Paesi core».
Sansone osserva anche che la coppia euro/dollaro si avvia verso il 10° giorno di rafforzamento, la striscia più lunga dal 2004. »L'euro ponderato per il commercio, che è più rappresentativo della debolezza/forza dell'euro, si trova a un nuovo massimo storico. La recente impennata dell'euro si spiega soprattutto con l'aspettativa che la Bce continui ad aumentare i tassi di interesse, mentre la Fed si fermerà. Questo è tutt'altro che certo», avverte Sansone il quale ritiene che ulteriori guadagni saranno probabilmente più limitati a causa della crescita ancora debole dell'Eurozona (lo slancio di crescita è molto più forte negli Stati Uniti che nell'eurozona, con il Pil statunitense che è aumentato dell'82% dal 2008 e il Pil dell'Eurozona a malapena del 6% nello stesso periodo) e della possibilità che la Bce si astenga dall'effettuare rialzi a settembre. In altre parole, conclude sansone, «le aspettative che l'euro/dollaro possa testare la soglia di 1,15 quest'estate sono certamente esagerate. A nostro avviso, l'euro/dollaro si stabilizzerà tra 1,05 e 1,12 per la maggior parte del secondo semestre del 2023». Oggi, 25 luglio, il cambio euro/dollaro viaggia a 1,1080 (+0,17%). (riproduzione riservata)