Edison chiude in Abruzzo il rinnovo integrale del proprio parco eolico regionale e offre un caso concreto di una delle partite più importanti per la transizione energetica italiana: il repowering. L’operazione presentata venerdì 26, completata in due fasi tra il 2019 e il 2021 e poi tra il 2025 e il 2026, ha richiesto oltre 200 milioni di euro. La capacità installata è salita da 114 a 186 Mw, mentre gli aerogeneratori sono passati da 173 a 47: il 73% in meno.
La produzione annua, invece, è aumentata di 2,5 volte fino a 355 Gwh, equivalenti al fabbisogno di oltre 131 mila famiglie. Il messaggio industriale è chiaro: sostituire le macchine più datate con turbine più potenti consente di produrre più elettricità rinnovabile nei siti già infrastrutturati, riducendo il numero degli impianti sul territorio.
Per Edison, che in Abruzzo dispone di nove parchi eolici per 186 Mw, il progetto è anche il primo completamento regionale dell’intero programma di repowering. Dopo l’Abruzzo, il gruppo intende estendere il modello ad altri asset, a partire dalla Campania.
Il punto, però, va oltre il singolo operatore. L’eolico italiano è entrato nella fase della maturità: secondo l’analisi di Elemens realizzata per Edison, l’Italia dispone di circa 13,5 Gw di eolico onshore installato e 8,3 Gw - il 62% del totale - hanno incentivi già scaduti o in scadenza entro il 2029. È questa platea naturale del rinnovo tecnologico. la platea naturale del rinnovo tecnologico. Applicando filtri tecnici ed economici, la capacità effettivamente ri-potenziabile scende a circa 6 Gw, quasi metà della potenza eolica oggi presente nel Paese.
La convenienza non riguarda soltanto l’aumento dei megawatt. Un caso tipo elaborato da Elemens mostra il salto tecnologico: da 30 turbine da 0,9 Mw, con altezza media di 80 metri, a 13 macchine da 4,5 Mw e 126 metri.
La potenza installata passa così da 27 a 60,5 Mw, mentre la producibilità cresce grazie a rotori più grandi e a tecnologie più efficienti. In altre parole, meno aerogeneratori, maggiore produzione, parole, meno aerogeneratori, maggiore produzione, riuso di siti tra i più ventosi e, in molti casi, valorizzazione di connessioni e infrastrutture già esistenti.
La scala del contributo potenziale è rilevante anche rispetto al Piano nazionale integrato energia e clima. Il Pniec punta a 26 Gw di eolico al 2030. Se i circa 6 Gw di impianti individuati da Elemens fossero rinnovati, l’incremento di capacità potrebbe variare da 5,4 Gw, nello scenario «standard», a 7,4 Gw in quello coerente con i progetti oggi in autorizzazione. Il repowering coprirebbe quindi da solo il 40-50% della nuova potenza eolica ancora necessaria per centrare il target nazionale.
Ma il mercato resta in larga parte fermo nelle procedure. A fronte di 6 Gw di potenziale reale, gli impianti già rinnovati e in esercizio valgono appena 373 Mw. La pipeline conta 4,2 Gw di progetti post-repowering, ma è soprattutto una pipeline bloccata: 3,3 Gw sono ancora in iter autorizzativo, mentre soltanto 0,9 Gw hanno ottenuto il via libera.
Inoltre, quei 4,2 Gw di nuova capacità progettata corrispondono a circa 2 Gw di impianti esistenti da sostituire, contro i 6 Gw di parco potenzialmente interessato. Il repowering, quindi, non manca di progetti né di convenienza industriale; manca ancora della velocità amministrativa e della certezza di rete necessarie per trasformare le iniziative sulla carta in cantieri.
Il principale freno è il permitting. Nel 2025, calcola Elemens, l’autorizzazione di un repowering richiede in media 30 mesi, meno dei 43 mesi di un nuovo impianto greenfield ma ancora molto distante dai 4-9 mesi indicati dal quadro europeo e dalla normativa nazionale. A questo si aggiunge il nodo della rete: l’incremento di potenza non garantisce automaticamente la disponibilità della connessione esistente e può imporre nuove opere, costi e incertezza.
Il caso abruzzese di Edison dimostra dunque che il repowering è già una soluzione industrialmente praticabile: più capacità, più produzione e minore pressione visiva su siti già utilizzati. Per trasformarlo in una leva nazionale, però, servirà ridurre il tempo che separa un progetto dal cantiere e rendere più prevedibile l’accesso alla rete. È lì che si gioca una quota rilevante della corsa italiana ai target 2030. (riproduzione riservata)