A una settimana di distanza dal voto, già si prefigurano numeri record per l’assemblea di Mediobanca che lunedì 16 giugno voterà l’ops su Banca Generali. Secondo fonti di mercato, l’affluenza per l’assise dovrebbe superare l’80%, un livello superiore non solo alla media delle società quotate ma anche al record del 76,82% toccato nel 2023, quando Piazzetta Cuccia ha rinnovato per l’ultima volta il cda.
Sono numeri che evocano più una chiamata alle armi che un ordinario appuntamento societario. E non è una sorpresa: l’assemblea rappresenterà un banco di prova cruciale, non solo per l’ops su Banca Generali, ma anche per l’offerta lanciata da Mps su Mediobanca. Se i soci approvassero l’ops sulla controllata del Leone il titolo di Piazzetta Cuccia potrebbe riprendere a crescere per effetto del re-rating e mettere così in difficoltà Mps.
Già oggi il concambio di Siena esprime uno sconto del 7% rispetto al prezzo della merchant bank, pari a un controvalore di 1,16 miliardi e a quel punto la forchetta potrebbe solo allargarsi. Viceversa, in caso di vittoria del no, le quotazioni di Mediobanca rischierebbero di sgonfiarsi rendendo più facile la scalata senese.
Ecco perché nelle settimane che hanno preceduto la record date, cioè la scadenza per il deposito delle azioni, c’è stata una corsa all’acquisto delle azioni da parte di vecchi e nuovi soci della merchant bank. Dall’assemblea di Generali dello scorso 24 aprile a inizio giugno è passato di mano quasi il 20% del capitale.
Non circolano ancora percentuali ufficiali ma, stando alle prime proiezioni di mercato, la proposta del ceo Alberto Nagel potrebbe passare con il 42-43% dei voti favorevoli contro il 36-37% contrario. E questo al netto di nuovi colpi scena, come la comparsa nel capitale di Mediobanca di Unicredit su cui nelle banche d’affari si specula da qualche settimane.
Di certo a essersi rafforzato è il fronte Caltagirone, con l’imprenditore romano salito del 2,6% e ormai a un passo dal 10% di Mediobanca. Il grosso della partecipazione nella merchant bank (3,7%) è in pancia a Istituto finanziario 2012, il resto è nei portafogli di altri veicoli.
Vicine all’editore del Messaggero ci sarebbero poi le casse previdenziali Enpam e Enasarco, con una quota complessiva compresa fra il 4 e il 5%. Enasarco, tramite la piattaforma Miria, ha costruito una partecipazione che potrebbe avvicinarsi al 2%, mentre Enpam è salita dall’1,02% della scorsa estate all’1,98% depositato ora in Piazzetta Cuccia. L’ente che eroga le pensioni ai medici era entrato nel capitale della merchant nell’autunno del 2023 con l’1,2% e nel rinnovo della governance aveva votato la lista Delfin.
Poi la quota era stata limata per crescere nuovamente nell’ottobre 2024 quando in assemblea di Mediobanca era stato depositato il 2,02%. All’1% invece Cassa Forense: si tratta di una quota messa in portafoglio due anni fa e rimasta stabile. Sul fronte opposto il ceo Alberto Nagel può contare sull’appoggio di una parte consistente del patto (11,8%) e di Unipol (oltre il 2%), oltre che sul voto favorevole di molti fondi da sempre vicini al banchiere milanese.
Ieri California state teachers retirement system, Florida state board of administration e Praxis Investment sono usciti allo scoperto per sostenere l’ops. Al loro fianco potrebbero schierarsi BlackRock e altri grandi investitori anglo-americani. Gli occhi del mercato sono puntati anche su Delfin. La scelta della cassaforte della famiglia Del Vecchio (19,8%) sarà decisiva per l’esito dell’assemblea Mediobanca anche se finora non sono arrivate indicazioni di voto ufficiali. Il presidente di Delfin Francesco Milleri si è limitato a dire che l’ops ha senso industriale, ma per stilare una valutazione complessiva dell’operazione vuole capire il giudizio della parte venditrice e cioè Generali, dove Delfin ha il 9,9%. (riproduzione riservata)