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Medio Oriente, l’ambasciatore Sequi: con la pace Hamas punta a reinventarsi a Gaza
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Medio Oriente, l’ambasciatore Sequi: con la pace Hamas punta a reinventarsi a Gaza

09 ottobre 2025, 21:30 Ultimo aggiornamento: 10 ottobre 2025, 23:40

Per il già segretario generale della Farnesina una tregua in Ucraina è più difficile. Servirebbero garanzie di secondo grado

I venti di pace soffiano più forti sulla striscia di Gaza che sull’Ucraina. Grazie soprattutto all’intervento del presidente statunitense Donald Trump, che è riuscito a far siglare al premier israeliano Benjamin Netanyahu e ai rappresentanti di Hamas un accordo suddiviso in fasi negoziali sempre più complesse per arrivare alla pace. Quindi se vincesse il premio Nobel per la pace «sarebbe giusto ma magari se potesse puntare a ottenerlo il prossimo anno si impegnerebbe con più dedizione a rispettare tutti i passaggi verso la pace vera propria in Medio Oriente». Lo ha dichiarato a MF-Milano Finanza Ettore Sequi, già segretario generale della Farnesina ed ex ambasciatore italiano a Pechino.

Il primo segmento del piano siglato da Israele e Hamas risponde alle urgenze umanitarie: «Fermare i bombardamenti, restituire gli ostaggi e far riprendere gli aiuti umanitari». Tutte priorità anche da un punto di vista strettamente simbolico, «su cui ha acceso i riflettori la significativa mobilitazione internazionale».

Secondo Sequi, gli Usa sono riusciti ad aprire questa prima breccia verso la pace innanzitutto perché il fallimento dell’attacco israeliano in Qatar ha fatto «precipitare la situazione per Netanyahu, con una crescente polarizzazione interna al Paese e un indebolimento dell’immagine di Israele a livello globale, con la diffusione di tutte le immagini delle atrocità a Gaza». D’altro canto, invece, Hamas ha sicuramente ricevuto pressioni da tutti i Paesi arabi, in particolare da Qatar e Turchia. Per di più, «la possibilità di sedersi in un negoziato con gli stessi Stati Uniti per Hamas significa un riconoscimento del suo ruolo nella storia». E in prospettiva ritiene così «di potersi garantire la sopravvivenza non più come gruppo armato, come lo conosciamo oggi, ma come ideologia; arrivando a influire direttamente o indirettamente sui futuri assetti di Gaza».

Impossibile uno Stato della Palestina

Al riguardo, ha osservato Sequi, «non penso che né Netanyahu né molti rappresentanti del mondo politico israeliano accetteranno mai l’esistenza di uno Stato della Palestina». Questo perché «c’è un problema di percezione di sicurezza per cui la priorità di Israele è garantire i propri confini interni ed esterni».

Da non sottovalutare poi il fatto che la stessa amministrazione Trump non è intenzionata a battersi per lo Stato palestinese: «Tra i principali sostenitori del tycoon ci sono gli evangelici che credono che Cristo tornerà solo se Israele sarà integro», ha sottolineato Sequi.

Più difficile la pace in Ucraina

La capacità di Trump di influire sugli attori in causa nel conflitto tra Ucraina e Russia è «molto diversa». Innanzitutto non è mai vacillato l’appoggio degli europei alla causa ucraina anche nei «momenti di freddezza tra Ucraina e Usa». E poi sia il presidente russo Vladimir Putin che quello ucraino Volodymyr Zelensky si trovano in un momento in cui «il costo politico di sedersi al tavolo negoziale per la pace è più elevato di quello legato alla decisione di continuare a combattere».

Da non scordare poi il fatto che «le due posizioni e le condizioni per arrivare a una pace sono totalmente divergenti». Il punto di svolta, ha sottolineato Sequi, arriverebbe solo se venisse garantito all’Europa un cappello di protezione statunitense. Un costo impegnativo per Trump, sicuramente «più di fare arm twisting all’alleato Israele e a Hamas». (riproduzione riservata)



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