Memori del celebre motto del grande Indro Montanelli, per cui i giornalisti vogliono spiegare agli altri quello che non capiscono, gli editori provano ad evitare che l’Intelligenza Artificiale faccia anche il loro lavoro, sostituendoli prima ancora che capiscano come ciò accada. Le più grandi testate del mondo stanno avendo però approcci diversi.
Il New York Times ha intentato una causa contro ChatGpt per preservare i suoi contenuti, Wall Street Journal e Financial Times hanno invece stretto accordi col diavolo artificiale a suon di centinaia di milioni, Axel Springer in Europa ha fatto la medesima (e per ora piuttosto oscura) mossa, incassando la bellezza di un miliardo di euro. Chi ha ragione tra questi colossi, con l’Ai è meglio trattare o adire alle vie legali?
Visto che siamo giornalisti partiamo dai fatti, gli ultimi, che riguardano la Bibbia di Wall Street.
NewsCorp, proprietario del Wsj, ha raggiunto un importante patto di licenza di contenuti con la società di intelligenza artificiale generativa OpenAI, con l'obiettivo di incassare da una tecnologia che promette di avere un profondo impatto sull'industria dell'editoria di notizie.
L'accordo, ha annunciato la stessa casa editrice, potrebbe valere più di 250 milioni di dollari in cinque anni, compreso il compenso sotto forma di denaro e crediti per l'uso della tecnologia OpenAI, che a sua volta utilizzerebbe i contenuti delle pubblicazioni di notizie rivolte ai consumatori di News Corp, compresi gli archivi, per rispondere alle domande degli utenti e addestrare la sua tecnologia.
I termini degli accordi di licenza dei contenuti tra gli editori e OpenAI non sono pubblici – come nel caso di Axel Springer - ma l'accordo con News Corp è tra i più grandi, se non il più grande, raggiunto fino ad oggi.
«Il patto riconosce che c'è un premio per il giornalismo premium», ha detto l'amministratore delegato di NewsCorp, Robert Thomson, in una nota ai dipendenti. «L'era digitale è stata caratterizzata dal dominio dei distributori, spesso a scapito dei creatori, e molte società di media sono state spazzate via da una marea tecnologica spietata. Spetta ora a noi sfruttare al meglio questa provvidenziale opportunità». Il Wsj coglie dunque nella crisi dell’editoria l’opportunità di salvarsi con la tecnologia.
Fedele invece al suo tratto distintivo, l’Europa, gigante normativo e nano finanziario, ha approvato una legge, l’Ai Act. Che già dall’articolo 1 spiega perché. Lo scopo della norma, che entrerà in vigore tra due anni - 24 mesi che sono tali sulla terra ma valgono un secolo sul pianeta del progresso tecnologico - è promuovere la diffusione di un’Ai «antropocentrica e affidabile, garantendo nel contempo un livello elevato di protezione della salute, della sicurezza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, compresi la democrazia, lo Stato di diritto e la protezione dell’ambiente, contro gli effetti nocivi dei sistemi di Ai nell’Unione nonché promuovere l’innovazione».
Insomma, come sosteneva Joseph Schumpeter, l’Intelligenza Artificiale per promuovere vero benessere dovrà passare dallo stato di invenzione a quello di innovazione. In questa fase di transizione, che dovrà fare i conti anche con i paletti Antitrust, per cui i Big Tech, dominanti nel settore digitale sono tali anche nel settore dell’Ai e dunque sanzionabili solo per la loro dominanza sui mercati, l’Ai Act lascia uno spazio di manovra ai governi degli stati membri per preparare il terreno e approvare, nei limiti dei trattati, leggi omogenee a quella comunitaria.
In Spagna, ad esempio, sono stati i primi a creare un’Agenzia per l’Intelligenza Artificiale, consapevoli che la legge europea pur necessaria arriverà troppo tardi. In Italia il governo di Giorgia Meloni ha costituito due Comitati, uno presso il Dipartimento per l’Innovazione digitale retto dal sottosegretario Alessio Butti (FdI) e uno al Dipartimento dell’Editoria (di cui fa parte chi scrive) di Alberto Barachini (Fi).
Dal lavoro di questi due gruppi è nato un disegno di legge che è stato approvato dall’esecutivo e che ora è all’esame del Senato.
Che obiettivi si pone questo testo? Sostanzialmente, da una parte si vuole creare un ambiente tecnologico favorevole per un’Ai persino italiana mediante il varo di un miliardo di euro di fondi (che sono una goccia nel mare se parametrati ai 40 che la sola Microsoft ha impegnato nello studio e nell’implementazione dell’Ai); dall’altra, si sono poste le condizioni affinché l’Intelligenza Artificiale generativa rispetti le regole di copyright, così come previsto per l’ambiente digitale, dove gli over the top devono un equo compenso per l’utilizzo del diritto d’autore stabilito in sede Fieg per quanto riguarda i giornali.
L’Italia ha scelto di non costituire un’autorità apposita per l’Ai ma le competenze saranno equamente divise (ancora non si sa come) tra l’Acn, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e l’Agid, l’Agenzia per il digitale.
Il disegno di legge individua i settori ad alto rischio di penetrazione digitale e che necessitano di un controllo umano e normativo. Essi sono: a) l’ambito sanitario, inclusi la ricerca e la sperimentazione scientifica, il fascicolo sanitario elettronico, i sistemi di sorveglianza e il governo della sanità digitale, e la disabilità; b) il lavoro; c) le professioni intellettuali; d) la Pa, per cui si è già calcolato che oltre 200.000 posti sarebbero a rischio; e) l’attività giudiziaria; f) la cybersicurezza nazionale.
In base all’AI Act, dovranno invece essere qualificati ad alto rischio: a) i sistemi utilizzati nell’ambito delle infrastrutture critiche, tra cui, in particolare, anche le infrastrutture digitali; b) i sistemi utilizzati nell’ambito dell’occupazione, della gestione dei lavoratori e dell’accesso al lavoro autonomo; c) i sistemi utilizzati nell’ambito dell’accesso e della fruizione di servizi essenziali, privati e pubblici, tra cui, naturalmente, quelli di assistenza sanitaria; d) i sistemi utilizzati nell’ambito dell’amministrazione della giustizia e i processi democratici.
Se la Bce ha già avvertito che l’Ai comporterà rischi per la finanza senza aggiungere come evitarli, gli editori italiani pensano più pragmaticamente a una semplice riga da aggiungere in calce a tutti gli articoli: riproduzione riservata anche ai fini dell’Ai. Prevenire è meglio che curare. La lezione di Montanelli sarà più utile di quella di Lagarde? (riproduzione riservata)